Affacciandosi sul torrente Melezet, in corrispondenza della chiesa
di Les Arnauds, è visibile ancor oggi la struttura curva in pietre squadrate e
sagomate che conteneva le griglie e le saracinesche della presa d’acqua, dal
torrente stesso. Incanalata, passava a valle dell’abitato della frazione e
proseguiva fino a Bardonecchia sotto quella che è l’attuale “passeggiata”
estiva di tanti turisti e residenti. In località Pié de Condemine nel canale si
innestava un’altra presa d’acqua dal torrente Rho quindi, passando vicino
all’attuale piazza della Fiera, alle spalle della Parrocchia, attraversava il
Borgo Vecchio fino al torrente Frejus dal quale veniva ancor più alimentato
fino a confluire nelle vasche di decantazione, a monte ed in corrispondenza
dell’attuale centrale Enel. In quest’ultimo posto dovevano trovarsi i
compressori (l’attuale via Montello era denominata “via dei compressori”),
azionati dal salto d’acqua, che fornivano l’aria compressa necessaria al
funzionamento della trivellatrice inventata dall’ingegnere belga Maus,
successivamente perfezionata dall’ing. Sommeiller ed utilizzata per il traforo
ferroviario del Frejus.
Attigua alle vasche di decantazione ormai interrate, è visibile
ancor oggi la casa del guardiano che aveva il compito di tenere pulite da
fogliame e rami le varie griglie, nonché quello di sorvegliare tutto il canale,
data la comprensibile importanza che l’acqua aveva nel caso specifico. In una
notte di agosto inoltrato, il guardiano, un tal Goria, uno degli oltre tremila operai
che contribuivano alla realizzazione del traforo, percorreva a passo lento il
sentiero lungo i canali, rischiarando a malapena il buio più profondo con la
sua lanterna quando udiva in lontananza un grido straziante: al soccorso, au
sécours!; poi più nulla. Erano le 23 e 45 del giovedì 20 agosto 1868. Tese
l’orecchio per cercare il ripetersi del grido e la sua provenienza, ma il silenzio
della notte agostana ristagnante gli fece riprendere, seppure profondamente
turbato, il cammino d’ispezione alla luce della lanterna.
Atto di Battesimo di Bonino Giacomo Giov. Battista |
Quella mattina l’ultra settantaquattrenne parroco della chiesa dei
Ss. Ippolito e Giorgio in Bardonecchia, Giuseppe Maria Vachet, si alzava un po’
più di buonora; infatti era in programma il battesimo di un bimbo nato otto
giorni prima. Puntualmente, con la celebrazione della Messa mattutina, Domenico
Bonino e Domenica Ronchetti provenienti da Ivrea, una delle tante famiglie di
operai addetti ai lavori del traforo del Frejus, presentavano al Fonte
Battesimale il loro Giacomo Giovanni Battista.
Il resto della giornata trascorreva come tante altre: il pranzo
frugale, la solita passeggiata pomeridiana, i vespri, la cena e poi il ritiro per
la lettura del Breviario, quindi il riposo. Alle sette del mattino seguente, come
d’abitudine, don Vachet era solito celebrare Messa, ma quel giorno l’anziana
perpetua Caterina non aveva visto, più che sentito, in quanto era parecchio dura d’orecchi, alcun movimento.
Allarmata, saliva al piano superiore credendo il Parroco ammalato; rimaneva
interdetta di fronte alla porta della camera da letto spalancata, decidendosi
infine ad entrare. Quale terribile sorpresa!
Prostrato per terra giaceva il sant’uomo, addosso la semplice
camicia da notte, con il capo presso la porta rivolto allo zoccolo ligneo del
rivestimento della stanza (lambris). Apriva i volets chiusi delle finestre e
notando delle gocce di sangue al fianco sinistro lo credeva semplicemente
vittima di emorragia. Chiamati in aiuto i vicini, accorrevano per primi l’ufficiale della Posta Folcat ed il Cav. Agnés,
constatandone l’orribile fine. Coprivano con un indumento la nuda metà
inferiore del corpo, individuando per primi le 11 o 12 pugnalate al fianco
sinistro inferte a corpo nudo in quanto la camicia da notte, pur macchiata di
sangue, non presentava il minimo taglio (era quindi stata sollevata per poter pugnalare a nuda pelle). Notavano altresì
alcune contusioni al capo, segno evidente che il pover’uomo, al primo grido di
allarme che aveva tentato di lanciare, era stato prima stordito con un corpo
contundente quindi proditoriamente finito a pugnalate probabilmente affinché
non rivelasse l’identità del suo o dei suoi aggressori. L’orologio a pendolo
della stanza, rimosso dalla sua posizione originale sul camino, si fermava alla
mezzanotte e quaranta. In tutto questo tempo e con la massima calma il o i malfattori
manomettevano tutte le carte esistenti in un genuflessorio ed in uno scrigno sparpagliandole
per la stanza. Anche i due armadi presenti venivano aperti con le rispettive chiavi
estorte al pover’uomo il quale, essendo il letto e le vesti intatte lì vicino, evidentemente
non era ancora andato a dormire quando l’intruso o gli intrusi erano entrati forzosamente
(o ammessi?) nella sua stanza; forse sparì del contante, però i titoli e le
cedole della fabbriceria della chiesa, della quale tratteremo in seguito, non
furono tutte trafugate, anche se un controllo immediato non fu eseguito.
Il delegato di Pubblica Sicurezza, sopraggiunto scortato dai Reali
Carabinieri, rilevava tutte le circostanze evidenti dopodiché trasmetteva
immediatamente il verbale alla Pretura competente di Oulx. Alle cinque dello
stesso pomeriggio giungeva sul posto il Pretore per costituire un uffizio fiscale
che aveva il compito appunto di ufficializzare tutti i dati e le prove
raccolte, compresa una sommaria autopsia eseguita dal dottor Peyron assistito
dal farmacista del luogo Berruti; da questa risultò che alcune stilettate
avevano trafitto il fegato ed il cuore della vittima per cui la morte era sopraggiunta
istantanea. Anche il Tribunale di Susa giungeva sul posto, rappresentato dagli
avvocati Bertolini e Manico (?), per le procedure legali.
Appena saputa la notizia, la mattina del 21 agosto 1868, il
viceparroco Jean Baptiste Suspize ne informava prontamente il Vescovo di Susa
con il testo riprodotto qui a fianco.
Lettera inviata al Vescovo di Susa
da don Jean Baptiste Suspize.
|
in una fossa comune).
Molto superficialmente fu data colpa ad uno o più delle migliaia
di operai addetti al traforo ma, senza prova alcuna, non si poté procedere nei
confronti di chicchessia. D’altra parte si trattava di povera gente timorata di
Dio, semi o del tutto analfabeta confluita dalle vicine vallate per guadagnare
un tozzo di pane: il quindici dello stesso mese don Vachet aveva unito in
matrimonio due di loro, tali Grivet Michele e Chiodi Cattin Margarita che
sottoscrivevano il loro impegno civile e religioso con ...un segno di croce!
Ovviamente di tutti questi accadimenti furono redatti constatazioni, verbali; documenti
vari distribuiti fra le varie preture, tribunali, archivi dei carabinieri; la
Pretura di Oulx con tutti i suoi archivi confluiva nella Pretura di Susa e
quest’ultima, rinnovata e “svecchiata”, nel 2002 trasmetteva i documenti più
importanti all’Archivio Storico di Stato a Torino; anche quelli relativi a
questo tragico avvenimento? Un recente tentativo di ricerca fatta presso tali
archivi ha dato esito negativo per cui gli unici documenti storici sono stati
recepiti nell’archivio della Parrocchia, in quello della sede vescovile di Susa
e nei cassetti di qualche cortese discendente. Chi fu o chi furono quindi gli
autori di si efferato, sacrilego delitto ancor oggi non è dato sapere!
Furono vagliate tutte le ipotesi, circostanze, testimonianze,
documenti che potessero portare alla soluzione di questo tragico fatto? Le
scarne cronache ed i rari documenti tramandati poco dicono e ancor meno aiutano
a chiarire questo mistero ormai secolare. Tuttavia, come si è visto e come si
vedrà, alcune “carte” sono state reperite e la loro analisi si è rivelata molto
interessante. Ma chi era Don Vachet? Don Vachet nasceva a Les Arnauds (allora
Les Arnauts), frazione del Comune autonomo di Melezet, il 31 maggio 1794 da
Francesco Vachet ed Annamaria Vallory.
Studi classici ad Oulx, quindi la sua inclinazione ecclesiastica
lo portava al seminario vescovile di Susa, neo istituita Diocesi alla quale
erano passate tutte le parrocchie dell’alta valle dalla giurisdizione della
Diocesi di Pinerolo, retta dal suo primo Vescovo Mons. Giuseppe Francesco Maria
Ferraris. A 19 anni il giovane Vachet veniva arruolato sous les drapeaux de
la grande armée Française in guerra. C’è da domandarsi in che modo fu
arruolato. Certamente non per coscrizione in quanto l’Alta Valle di Susa e la conca
di Bardonecchia furono sottoposte al Regno di Francia dal 1446 fino al 1713, quando
il trattato di Utrecht le assegnò ai Duchi di Savoia confluendo poi nel 1861 nel
Regno d’Italia; il Trattato di Parigi del 1947 riconsegnava alla Francia, come
è tuttora, la sola Valle Stretta. Con tutta probabilità fu un tentativo di
avviarlo alla carriera militare da parte di un suo zio, l’Abate Antonio
Orcellet, Parroco della Basilica Degli Invalidi a Parigi, che incise molto
anche sull’educazione culturale ed artistica del giovane Vachet. Jean Antoine
Allois, curato del Melezet, ne redigeva una breve biografia manoscritta,
custodita nell’archivio parrocchiale, che vale la pena gustare anche perché facilmente
comprensibile. Periodo un po’ scuro questo del giovane Vachet in guerra, del
quale molto poco si sa se non quello riportato nella biografia appena
riprodotta. Vi si afferma infatti apprezzato dai suoi commilitoni; senza altre
raccomandazioni ma solo con la sua buona condotta ottiene la stima dei suoi
superiori che lo fanno sergente furiere. Fu prigioniero ad Amburgo ed in
seguito liberato, quindi rientrato a casa dopo la disfatta della Grande Armata:
nessun contrasto, nessuna inimicizia tramandata? Nulla ci è dato sapere al
riguardo e ogni eventuale documento si sarà perso col tempo.
Su consiglio del Vescovo di Susa, Mons. Prin, riprendeva i suoi studi
di filosofia e teologia presso il seminario di Susa, venendo ordinato sacerdote
il 29 giugno del 1819. Per due anni rettore del Carmine a Melezet, in seguito
alla morte del parroco don Domenico Chalmas, nel 1822 veniva nominato
successore del suo vecchio precettore.
Nei quattro anni della sua prevostura al Melezet, ebbe particolare
cura delle bellezze artistiche delle varie cappelle, memore degli insegnamenti
dello zio Abate Orcellet frequentato durante il suo soggiorno nella Ville
Lumière. Nel 1826 la morte di don Mathieu Roude lo portava a succedergli come
Parroco e Vicario Foraneo di Bardonecchia. Per varie vicissitudini e calamità
naturali, la chiesa parrocchiale di Bardonecchia era provvisoriamente quella
della Confraternita di S. Ippolito e il dinamico don Vachet non ci pensava su
due volte ad intraprendere la costruzione di una nuova chiesa più grande e
degna del suo nuovo parroco. Correva l’anno 1826.
Il 9 settembre del 1827 veniva posata la prima pietra, la pièrre
fondamentale, della nuova chiesa; regnante re Carlo Felice che contribuiva
con £. 3.800 di allora; Francesco Vincenzo Lombard Vescovo in Susa e Matteo
Francesco Gerard Sindaco in Bardonecchia. Non senza difficoltà ma con l’aiuto
di tutti, parrocchiani compresi, l’opera veniva portata a compimento da don
Vachet. Così fu scritto! Ma alcuni documenti venuti alla luce dimostrano che le
difficoltà e gli intoppi furono davvero tanti. Una fra le molte: inizialmente
l’appalto della costruzione veniva affidato all’impresa di Domenico Bertello da
Susa; morto il Bertello, Antonio Ramella, sempre di Susa, subentrava nell’appalto,
solo in teoria, poiché i lavori non venivano proseguiti per contrasti economici;
in pratica il povero don Vachet era costretto a portarlo in giudizio per
vincere l’inerzia del momento e le pretese del Ramella.
Nastà
Prima
pagina della biografia su don Vachet redatta dal Parroco di Melezet don Jean
Antoine Allois (foto omessa).