Deportazione e memoria
Desideriamo riportare, almeno in parte, la preziosa ricerca
condotta dalla dott.sa Chiara Marino, con la testimonianza dei sette reduci di
guerra di Bardonecchia, nel 60° della Liberazione (1945-2005). Il libro
“Deportazione e memoria”, edito dal Comune di Bardonecchia in collaborazione con
la Comunità Montana, è stato presentato nel corso di una iniziativa tenuta al
Palazzo delle Feste, presenti i 400 alunni dell’Istituto Des Ambrois, il giorno
27 gennaio 2005.
Sessant’anni: tanto tempo è già trascorso dalle vicende che qui di
seguito narriamo, storie di sette giovani, bardonecchiesi e valsusini, che si
intrecciano con il contesto storico-politico del 2º Conflitto Mondiale e della
Resistenza. (...) La pubblicazione è stata fortemente voluta e promossa dal
Sindaco Francesco Avato e dall’assessore alla cultura Roberto Canu. Leggeremo
delle vicende cui andranno incontro sette giovani degli anni Quaranta,
raccontate dalla loro viva voce.
Alcuni tra i “deportati” presenti alla manifestazione del 27 gennaio organizzata dal Comune. Da sinistra: Francesco Baudino, Aldo Allemand, Luigi Silvestro, Edoardo Allemand, Riccardo Blanc. |
Gli anni dal 1938 al 1945 furono duri e tragici per tutti coloro
che li vissero poiché videro l’Italia e l’Europa sotto il giogo
dell’oppressione dittatoriale e della più devastante guerra che il genere umano
avesse fino ad allora conosciuto. Anche la popolazione di Bardonecchia fu
sottoposta all’occupazione tedesca, si costituì pertanto una formazione
partigiana di circa quaranta uomini, sotto il comando di Alberto Mallen. Furono
raccolte armi e munizioni, abbandonate a seguito della disfatta dell’8
settembre 1943, e nascoste nei sotterranei della chiesa di Melezet, grazie alla
collaborazione del Parroco don Tournour. Poco prima di iniziare le azioni di
guerriglia una spia venne in possesso dell’elenco dei partigiani, redatto dal
capo Alberto Mallen. Quest’ultimo ed i componenti della formazione partigiana vennero
arrestati il 2 ottobre 1944 e condotti alle Carceri Nuove di Torino. Furono poi
deportati in Campi di Concentramento in Austria e Germania. La loro vicenda è
narrata dagli ultimi rimasti.
EDOARDO ALLEMAND
Sono nato a Bardonecchia il 13 luglio 1926 e ad appena diciotto
anni mi unii alla formazione partigiana di Alberto Mallen. Il 2 ottobre 1944,
alle cinque del mattino, truppe tedesche mi prelevarono da Millaures dove
abitavo e mi portarono alla Caserma Tabor, con altri concittadini. Dopo due
giorni fummo trasferiti alle Carceri Nuove di Torino. In cella fui
selvaggiamente picchiato. Dopo 22 giorni di prigionia a Torino, io e altri 200
detenuti politici fummo trasferiti al Campo di eliminazione di Bolzano. Fui
destinato a scavare pietre in una cava attigua al Campo.
Il 1° novembre 1944 fui stipato, assieme ad altre quaranta
persone, su di un vagone merci che mi portò in Austria al Campo di Wolfsberg,
in Carinzia, e poi al Lager di Schwaz, vicino a Innsbruck. Ogni mattina i
soldati ci scortavano a lavorare in una galleria e a spingere fuori dalla
montagna i carrelli con il materiale di estrazione, al fine di costruire in
quel luogo una fabbrica per la produzione delle “bombe volanti” V1 e V2.
La notte del 1° aprile 1945, approfittando di un forte temporale
che indusse i carcerieri a ritirare i cani da guardia, io e l’amico Secondo
Bobba riuscimmo a scavalcare i reticolati e a fuggire. Arrivati al Brennero
trovammo una delegazione della Croce Rossa che ci rifocillò. Quando fummo certi
di essere su territorio italiano, con il mio compagno di sventura ci
inginocchiammo per recitare una preghiera di ringraziamento.
Raggiunsi Bardonecchia la domenica 28 aprile 1945. La notizia del
mio ritorno corse più veloce di me ed era giunta ai miei genitori, ormai
convinti della mia morte. Mi vennero incontro sulla strada di Millaures e solo
allora mi resi conto che i giorni peggiori della mia vita erano terminati.
GIORGIO AURELIO CHAREUN
Sono nato ad Oulx il 14 maggio 1917 e sono sempre vissuto a
Bardonecchia. La mia vicenda ha inizio nella primavera del 1938 e si protrae
fino al 2 novembre 1945. Durante il servizio militare ero di stanza presso il
Forte di Exilles e venni promosso Caporale ed in seguito Caporal Maggiore. Il
termine del mio servizio militare coincise con l’entrata dell’Italia nel 2°
Conflitto Mondiale. Combattei in Valle Stretta presso il Monte Tabor, il Col de
Laval ed il Col de Valmernier e sperimentai l’orrore che ogni battaglia
comporta.
Terminato questo periodo il mio destino sarebbe stato quello di
partecipare alla grande tragedia di Russia, però nel dicembre 1941 mi ammalai e
venni ricoverato in Ospedale a Pinerolo.
Questa malattia, che mi impedì di partire per la Russia, aveva
rappresentato la mia salvezza.
Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1944 mi unii alla formazione
partigiana comandata da Alberto Mallen. Il 2 ottobre 1944 fui catturato e
condotto alle Nuove di Torino. Dopo un mese fui deportato in Germania, al Campo
di concentramento di Osnabruck, vicino a Dortmund in Vestfalia, e destinato ai
lavori di costruzione e riparazione delle linee ferroviarie e a caricare e
spingere carretti colmi di terra che servivano a coprire le falle di un canale
artificiale. Le baracche del Lager erano sporche, con pidocchi e zecche. Ci
veniva dato un pasto al giorno: un tozzo di pane raffermo e brodaglia.
Nella terribile esperienza mi accompagnarono quattro
bardonecchiesi: Remo Cinico, Domenico Giacoma Ghello, Aldo Guy e Pierino Guy.
Questa esistenza di stenti si protrasse fino alla Liberazione.
Ricordo che durante un bombardamento notturno degli Alleati, molti prigionieri
scapparono, e anche noi approfittammo di quella confusione per rifugiarci nel fienile
di una cascina, dove restammo per almeno quattro giorni. Quando arrivarono gli
americani ci presentammo a loro.
Verso il termine dell’estate, precisamente il 24 agosto del 1945,
partimmo da Osna bruck e viaggiammo su camion militari statunitensi fino a
Dusseldorf, poi salimmo su un treno che ci portò in Italia. Tornammo a
Bardonecchia il 3 settembre 1945. Tutti i nostri parenti ci aspettavano
all’entrata del paese.
Sono stato decorato con la Croce al Merito di Guerra nel 1953,
insignito del Distintivo d’Onore per i Patrioti Volontari della Libertà nel
1982 e promosso al grado di Maresciallo.
ALDO ALLEMAND
Sono nato a Bardonecchia l’8 maggio 1918. Fui prelevato dalla mia
abitazione di Millaures dai tedeschi il 2 ottobre 1944 e portato prima alla
Caserma Tabor, poi alle Nuove di Torino. Il 14 ottobre mi fecero partire per il
Lager di Bolzano e il 4 novembre venni trasferito in Austria in un Campo di
concentramento. Viaggiai per tre giorni su un carro bestiame senza né acqua né
cibo. Là fui destinato a lavorare presso la fabbrica Messerschmitt: si producevano cingoli per carri armati. I turni erano
massacranti: dalle 6 alle 18 o dalle 18 alle 6, con una pausa di mezz’ora per
il cosiddetto “pranzo” o “cena”, consistenti in un po’ di brodaglia.
L’11 aprile 1945, visto l’approssimarsi della liberazione, nel
Lager regnava la confusione e la sorveglianza si era allentata. Io e i
concittadini Aurelio Costa e Giuseppe Orcellet approfittammo di tale situazione
per fuggire. Tornai a Bardonecchia il 16 aprile 1945 dopo un lungo cammino, e
devo dire che la fortuna mi assistette durante il lungo percorso dal Lager a
casa.
RICCARDO BLANC
Sono nato a Beaulard il 27 luglio 1918 e ho prestato servizio
militare nel III Alpini, Battaglione Exilles. Nei giorni che seguirono l’8
settembre 1943 il mio Reggimento diede battaglia alle truppe tedesche in
Montenegro. Ottenemmo la loro resa, non ci fu però possibile tornare in Italia.
Fui così catturato dalle truppe tedesche che ci portarono a Ragusa (l’attuale
Dubrovnic) e poi fatto partire per la Germania. Il viaggio durò undici giorni prima
di giungere al Campo di concentramento di Hammerstein e in seguito a Stettino.
Nel marzo del 1945, dopo una settimana di durissimi bombardamenti
tra l’esercito russo e quello del Führer, decisi di evadere insieme a due
amici: Camillo Allemand e Giovanni Torre. Il 19 di quel mese fuggimmo ed
arrivammo con mezzi di fortuna alla città di Halle, dove fummo arrestati e
rinchiusi in carcere. Dopo circa tre settimane giunsero le prime notizie di
avanzata delle truppe americane. I tedeschi decisero di far evacuare i
prigionieri.
Durante il tragitto, con i miei compagni di sventura decidemmo di
tentare ancora una volta la fuga. E Dio questa volta ci assistette. Riuscimmo a
scappare. Dopo molte peripezie tornai a Beaulard il 27 luglio 1945, giorno del
mio 27° compleanno e del mio ritorno alla vita.
CARLO FRANCESCO BAUDINO
Sono nato a Cuneo il 4 ottobre 1919 e risiedo a Bardonecchia da
molti anni. Prestai servizio militare nell’Arma dei Carabinieri. A causa del
conflitto mondiale fui destinato al 13° Battaglione Carabinieri, in partenza
per il fronte albanese. Alla fatidica data dell’8 settembre 1943 rifiutai di
collaborare con le formazioni militari nazi-fasciste e pertanto condotto in
Germania nella città di Halle-Saale vicina a Lipsia. Mi internarono nel Lager
di Mezlich. L’intero Campo di concentramento era circondato da una recinzione
alta quattro metri e le guardie controllavano i movimenti dei prigionieri. Fui
destinato al lavoro forzato per la produzione di ali per aeroplani. La vita era
durissima, costretto a lavorare 12 ore al giorno sempre sotto minaccia dei
soldati tedeschi.
Fui liberato dagli Alleati nella primavera del 1945, rimpatriato
dai russi e tornai in Italia il 26 agosto 1945.
GIUSEPPE NUVOLONE
Sono nato a Melezet il 27 gennaio 1921. Nel 1940 venni mobilitato
nelle file del Genio Civile e chiamato sotto le armi il 9 gennaio 1941.
Raggiunsi la caserma Berardi di Pinerolo per l’addestramento. Mi fecero partire
per il fronte jugoslavo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 non riuscimmo
a tornare in Italia e, in quei giorni, venni fatto prigioniero e deportato in
Germania al Campo di concentramento di Hammerstein vicino alla Polonia. Io e
due compagni – Eugenio Folcat e Luigi Vachet – fummo poi trasferiti a Vestfalia
e costretti a lavorare alle fonderie Verren. In seguito fui
destinato a Menden in un impianto di raffinazione di petrolio ed infine al
Campo di concentramento di Dorstund, che mi utilizzò per svariati lavori di
fatica.
Venni liberato nell’aprile del 1945 a seguito dell’arrivo delle
truppe alleate e riuscii a tornare a Melezet il 20 agosto.
Il lavoro massacrante a cui sono stato sottoposto mi ha lasciato
segni indelebili, con conseguenze che mi hanno lesionato gli arti inferiori
compromettendo la mobilità.
LUIGI SILVESTRO
Sono nato a Moncenisio il 23 agosto 1927 e risiedo da molti anni a
Bardonecchia. All’epoca dei fatti ero residente a Novalesa e non avevo ancora
compiuto diciassette anni.
Il 26 giugno 1944 a Novalesa ci fu un rastrellamento dell’esercito
tedesco. Venni prelevato e percosso duramente. Assieme ad altri venni deportato in Germania
a Gaggenau nella regione del Baden. Qui i tedeschi ci fornirono pantaloni grigi
e una giacca con la stella a tre punte. Lavorai alla costruzione di un rifugio
antiaereo sotto una montagna. Ad ottobre mi trasferirono alla linea di
produzione di carri armati. I soldati con la croce uncinata mi accusarono
ingiustamente di sabotaggio e mi percossero selvaggiamente. In seguito lavorai
in una fonderia di ghisa. Lavorai poi nella pianura di Ludwigshafen a scavare trincee
e camminamenti fino alla fine di marzo del 1945, quando i soldati ci
incolonnarono verso Mosbach. Durante il percorso io ed altri compagni riuscimmo
a fuggire nella boscaglia. Siamo stati liberati il 1° aprile 1945. Tornai a
casa il 6 luglio. Avevo quasi 18 anni.