29/11/14

PELLEGRINAGGIO A BROU (BOURG EN BRESSE) 2014

Interno della Cattedrale
 Dopo aver attraversato la valle dell’Arc fino a lambire Lione, il “nostro” pullman ha deviato a nord verso Bourg en Bresse, capoluogo dell’omonima regione, non troppo distante da Ginevra. Un percorso di circa trecento chilometri che ha richiesto buona parte della mattinata del ventitré luglio 2014.
Il viaggio di circa quattro ore è terminato poco prima delle undici.
Quindi Don Franco ha celebrato la Santa Messa in Cattedrale; al termine un sacerdote locale ha fornito in italiano qualche spiegazione sul monumento.
Il dopo pranzo è iniziato con una passeggiata guidata nel centro storico della cittadina: il municipio, il teatro, alcune case a graticcio tra cui l’Hotel Dieu, l’antico ospedale. Qualche spiegazione anche sui piatti della tradizione locale; l’immancabile patè ma soprattutto il pollo ruspante (poulet de Bresse) e il formaggio Ble de Bresse.
Visto l’elevato numero di partecipanti (una sessantina) siamo stati suddivisi in due sottogruppi, ma  infine ci siamo ritrovati all’interno della Cattedrale per un approfondimento storico - artistico.
Ancora un breve tragitto in pullman verso la meta del nostro pellegrinaggio: il monastero reale di Brou, all’estrema periferia della città.
Questo luogo di raccoglimento e di preghiera ci ha subito abbagliato col suo candore, grazie al sole appena uscito dopo una mattinata di afosa nuvolaglia.
Il complesso fu concepito al femminile dalla mente, dal cuore e dalla devozione di Margherita d’Austria.
Suoi genitori furono Maria di Borgogna (figlia unica di Carlo il Temerario) e Massimiliano d’Asburgo imperatore del Sacro Romano Impero.
Nata nel 1480 a Bruxelles, fin da bambina ricevette una formazione artistica, religiosa e di savoir faire politico di altissimo profilo.
In quel tempo il maschilismo era radicato persino a corte: a soli due anni fu promessa al futuro re di Francia. Le nozze si celebrarono quando lei ne ebbe compiuti tredici, ma presto Margherita fu ripudiata per ragioni politiche e rimandata al padre.
Il quale non smise di usarla quale pedina per le sue mire. Presto fu nuovamente data in sposa, questa volta al figlio del re di Spagna; ma costui, malfermo di salute, morì poco dopo. Qualche mese più tardi ella ebbe un figlio nato morto, quindi tornò nelle Fiandre.
A soli diciassette anni era stata due volte sul punto di diventare regina; ma entrambe le esperienze si conclusero nell’umiliazione e nel dolore.
Nel 1501 sposò Filiberto di Savoia, in quanto Massimiliano era interessato a quel ducato che controllava i valichi tra Italia e Francia.
Questa volta i sentimenti prevalsero sull’aspetto politico del loro legame. 
Così scrisse il biografo di lei: “Il principe Filiberto è nel fiore della giovinezza, bello forte e ricco; a lui Dio ha inviato Margherita, un prezioso fiore del cielo”. Lui, non a caso, è passato alla storia come “il bello”.
Dunque tra loro scattò l’amore, quello dei romanzi e dei film. La coppia scelse di viverlo nella Bresse, evitando le corti tradizionali dei Savoia: Chambery e Torino.
Ma la favola finì bruscamente dopo pochi anni: nel 1504 Filiberto morì, probabilmente avvelenato dopo una partita di caccia.
Margherita, che aveva conservato i diritti feudali sulla Bresse, volle che il marito fosse sepolto nella zona, evitando l’ufficialità savoiarda di Altacomba.        
Nel 1506, dopo aver ottenuto l’autorizzazione pontificia ad abbattere una chiesa preesistente, iniziarono i lavori di costruzione della nuova con annesso convento. Lì desiderava essere sepolta, accanto al marito e alla suocera.
Ma nello stesso anno il padre le assegnò la reggenza dei Paesi Bassi, così lei dovette tornare nel nord.
Tuttavia restò innamorata del marito e non pensò più a risposarsi. Condusse a termine diverse azioni  politiche soprattutto in qualità di tutrice del futuro Carlo Quinto di Spagna, in nome del quale siglò   la pace di Cambrai nel 1529.
Contemporaneamente, seguiva sulla carta l’avanzamento della costruzione a Brou: altro non desiderava che ritirarsi lì, dove aveva previsto per sé un appartamento di otto stanze con passaggio riservato verso la cappella.
Scelse architetti, pittori e scultori delle Fiandre e l’aspetto dell’abbazia ne risentì: all’esterno come all’interno trionfa lo stile tardo gotico chiamato fiammingo o fiammeggiante. Ciò significa grande complessità e raffinatezza di decorazioni, per lo più motivi vegetali stilizzati. Non sono pochi tuttavia i monogrammi MP (Marguerite – Philibert) allusivi al loro legame.         
I lavori durarono a lungo poiché il complesso, dedicato a San Nicola da Tolentino, fu consacrato solo nel 1532.
Interno della Cattedrale
Per questo motivo l’eroina della vicenda non potè vederlo, essendo morta due anni prima. Ciò nonostante Brou fu terminato e la sua salma inumata lì.      
Il complesso è stato realizzato con una pietra locale chiara che assorbe meravigliosamente la luce, elevando il visitatore verso ambiti fuori dal mondo. Ho trovato qualche somiglianza col Taj Mahal, in India; anche se in questo caso fu un imperatore a volerlo in memoria della moglie.
Come l’esterno, l’interno della chiesa (grazie alle vetrate non trattate) diffonde una luce bianca da Paradiso dantesco. Al contrario il pavimento che (ha spiegato la guida) non sopravvisse al furore antireligioso della Rivoluzione Francese, fu realizzato in piastrelle colorate di rosso, giallo, verde e blu. Come il tetto.
Doveva essere sublime il contrasto tra il candido non colore delle pareti e della volta e la vivacità del pavimento!
La guida ha aggiunto che il monumento rischiò di essere abbattuto, alla fine del Settecento. Fortunatamente, qualcuno ebbe l’idea di trasformarlo in fienile, così passò inosservato e fu risparmiato dalla Rivoluzione.
Oltrepassato il jubè, divisorio in pietra finemente scolpita che separa la chiesa (accessibile a chiunque) dall’area riservata ai chierici, ci siamo trasferiti nella parte più intima del complesso, La presenza del jubè, gli stalli del coro e le vetrate coloratissime fanno sì che in questo ambiente la luce penetri con toni soffusi, rispettando il riposo delle sepolture.
Un pittore fu tra i progettisti e in effetti lo spazio appare suddiviso scenicamente come in una pala d’altare fiamminga.
Nel mezzo, allineate, ecco le tombe lucenti di marmo e alabastro emergere nella penombra,
Secondo la moda del tempo, ciascun monumento funebre è su due piani. Nella parte superiore il defunto è presentato in veste ufficiale; in quella inferiore il medesimo personaggio si trova come congelato nella rigidità della morte, spogliato quindi di tutto quanto sia mondano.
Il nostro sguardo si è soffermato sui due protagonisti. Sopra, Filiberto appare circondato dai segni della forza e del potere: un leone accucciato e sei puttini che giocano con le sue armi; qualcuno di loro regge uno stemma di Casa Savoia.
Nella parte sottostante la sua figura è semplicemente avvolta da un  lenzuolo funebre.
Accanto, poco distanziata, riposa la nostra eroina. Così lo sguardo dei visitatori incrocia sullo stesso piano la testa coronata e il mantello di ermellino di Margherita. Sul suo corsetto, un medaglione con l’effigie del marito. Il capo giace su un cuscino ricamato con diversi motivi tra cui la clessidra, segno dello scorrere inesorabile del tempo.
In basso, il suo volto è trasformato in una maschera funeraria. Anche se i lunghi capelli sciolti tradiscono una sorta di nostalgia di quando la bionda principessa era viva.
Adempiendo a un precedente voto Margherita volle, non lontano dal marito, la tomba della suocera; ai suoi piedi è accucciato un levriero.
Esiste in questo qualche assonanza col mausoleo degli Sforza alla Certosa di Pavia.
Si accede infine a un’ulteriore cappella, dominata da un retablo marmoreo. Dall’alto dell’oratorio superiore, dotato di caminetto, Margherita avrebbe voluto seguire le funzioni in totale privacy.
La visita si è conclusa con uno sguardo ai tre chiostri dell’annesso monastero, originariamente benedettino, poi agostiniano.
Pur non potendo controllare personalmente i lavori, la principessa è riuscita a trasformare il suo amore terreno in qualcosa di eterno: la fedeltà al marito defunto suggellata nell’arte.
Verso sera, mentre il pullman risaliva l’autostrada della Maurienne sotto un temporale, casualmente mi voltai; a ovest la tempesta era passata, una luce bianca si era fatta strada ed ecco apparire due arcobaleni.
Quell’effimero spettacolo della natura ha come ripreso il progetto  di Margherita a Brou, dove il colore rappresenta la concretezza dell’amore coniugale che prima o poi ha fine; mentre il candore accenna a un legame che dura per sempre.
Testo e foto di
Guido Alimento