12/09/18

Angolo della Cultura (2017)

L’ANGOLO FILATELICO 2017
Dal 12 al 19 agosto è stata allestita presso la Biblioteca comunale, Viale Bramafam 17, a Bardonecchia una Mostra Filatelica sul tema del centenario della Grande Guerra. La rassegna dentellata ha presentato la collezione, sviluppata su 60 fogli, di Roberto Gottardi: “Trentino-Alto Adige: da Provincia asburgica a Provincia italiana”. La mostra, curata dall’Associazione dei Circoli e sezioni filateliche di Torino e provincia in collaborazione con la Biblioteca comunale, è rimasta visitabile tutti i giorni, tranne la domenica, secondo gli orari di apertura della Biblioteca. Poste Italiane inoltre, il solo 14 agosto, in occasione del tradizionale mercatino di Sant’Ippolito, ha allestito un ufficio postale distaccato dotato di annullo speciale. La postazione di vendita, grazie alla preziosa collaborazione della Pro Loco di Bardonecchia, era ubicata in Piazza Monsignor Bellando (Borgovecchio, fronte Parrocchia) e ha osservato l’orario 10,00-16,00. Cartolina ed annullo speciale, disponibili in loco, sono stati dedicati a tutti i caduti bardonecchiesi del primo conflitto mondiale e al centenario del sacrificio del S.Ten. Camillo Masset, medaglia d’argento al valor militare.
Massimo Mancini



L’Angolo della Cultura
A 25 ANNI DALLA MORTE
MONSIGNOR BELLANDO
amico dei peccatori perché amico dei santi

Amico dei peccatori
Più di una volta monsignor Bellando, con quelle confidenze che lasciavano trasparire la finezza spirituale del suo animo sacerdotale, confessava che la definizione che più gli piaceva di Gesù era quella che si trova nel Vangelo, seppure indiretta, quando lo si chiama “amico dei peccatori”1. Non che Gesù fosse amico dei peccatori nel senso inteso da coloro che lo accusavano di intendersela con loro, quasi ne fosse complice. Tutt’altro. Nel Vangelo, infatti, Gesù mostra la sua strategia nell’accostare i peccatori e lo contempliamo in questa azione soprattutto attraverso sette incontri che hanno segnato per sempre i destinatari: Pietro, Levi, la donna peccatrice, Zaccheo, l’adultera, la Samaritana troppo maritata, il buon ladrone. Sette volti trasfigurati dal perdono, perché pentiti. Sette volti attraverso i quali contemplare lo stesso Gesù, quello che più piaceva a don Bellando. Don Silvio Bertolo che celebrò la Messa di novena in suffragio del Parroco (di cui era stato collaboratore come vice parroco a Bardonecchia) nella stupenda omelia rilevò: «Per mons. Bellando il sacerdote era soprattutto il segno della misericordia di Cristo, che accoglie i peccatori con carità instancabile e pazienza infinita. Gli dicevo talvolta scherzosamente: “Voi siete il prete dei peccatori!”. Se infatti venivano in Parrocchia persone lontane dalla Chiesa o lontane da Dio che conducevano una vita peccaminosa e immorale, allora quelle trovavano tutta la sua attenzione e disponibilità. Per loro non aveva orari né limiti di sopportazione, in qualunque momento venissero. Una volta una giovane toccata da tanta bontà e comprensione, dichiarò che non avrebbe mai pensato che la Chiesa fosse così misericordiosa e la Chiesa l’aveva incontrata avvicinando don Bellando»2.
Fu veramente così da sempre don Bellando, fin da giovane seminarista al Capranica a Roma, poi in Accademia dei Nobili Ecclesiastici dove studiò per la vita diplomatica e in Segreteria di Stato. In quegli anni romani conobbe e fu frequentato sovente da gente del gran mondo dell’arte, del cinema, della politica, del patriziato e della classe dirigente. Diversi di questi personaggi che vivevano mondanamente avevano in don Bellando un confessore o un consigliere spirituale, comunque si sentivano da lui compresi e attratti e ne facevano un trait d’union con la Chiesa. Non credo di rivelare nulla di nascosto se cito solo qualcuno di questi: Anna Magnani, Luchino Visconti, Massimo Serato, Léonor Fini, Fabrizio Clerici e parecchi altri. D’altra parte gli veniva facile stabilire rapporti d’amicizia essendo per temperamento molto portato alle relazioni per cui non sapeva e non poteva mai restare solo.
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1 Cfr. Mt. 11,19 
2 Don Silvio Bertolo, Fecisti nos Domine ad te, Omelia Messa di novena in suffragio di Mons. Francesco Bellando in Numero Unico Mons. Francesco Bellando Parroco di Bardonecchia, a cura della Parrocchia di S. Ippolito in Bardonecchia, marzo 1993, Opera Diocesana Buona Stampa di Torino, pag. 14.
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Lo stesso ruolo don Francesco però lo esercitò anche con tanta povera gente, semplici persone che trovarono in lui comprensione e incoraggiamento e si riconciliarono con Dio magari dopo vite intere trascorse nel disordine o lontano dal Signore. Fin dai primi passi del ministero che mosse nella parrocchia di S. Francesco Saverio alla Garbatella – allora periferia romana – e poi certamente con parrocchiani e villeggianti a Bardonecchia, dove in 46 anni di ministero ha potuto accompagnare tante anime alla riconciliazione e ad una fede più profonda e vissuta. Quante volte gli abbiamo sentito ripetere quello che aveva imparato dal Santo Curato d’Ars suo grande modello: «Il confessionale è la pazienza di Dio» o «Se fossi triste andrei subito a confessarmi».

Santi conosciuti
Monsignor Bellando ha conosciuto personalmente parecchi “santi”, alcuni già dichiarati tali ufficialmente, altri che hanno in corso il processo di canonizzazione. Lui stesso ne diede un elenco, anche se incompleto, nel senso che altre cause si sono aperte in seguito alla sua morte di amici o persone conosciute da lui personalmente, alcuni anche canonizzati o beatificati. Era molto interessante leggere i suoi articoli sul Bollettino in cui raccontava i suoi rapporti con questi “santi” conosciuti. Iniziò con Don Orione oggi canonizzato, P. FeliceMaria Cappello gesuita suo professore e relatore della tesi di Diritto Canonico, P. Giuseppe Spoletini dei Frati minori suo confessore, don Pirro Scavizzi del clero romano e capranicense, oggi  tutti Servi di Dio, mons. Pasquale Uva del Cottolengo di Bisceglie oggi Venerabile, il Cardinale Elia della Costa Arcivescovo di Firenze da pochi mesi riconosciuto Venerabile dalla Chiesa, il Cardinale Ildefonso Schuster beato Arcivescovo di Milano, mons. Francesco Paleari beatificato nel 2011 a Torino, don Alberione beatificato a Roma nel 2003,Madre Tecla delle Paoline Venerabile dal 1991, il Servo di Dio P. Ribero Superiore del Cottolengo, Madre Teresa di Calcutta Santa dal 2016, Santa Elisabetta Hesselblad canonizzata nel 2016, la Serva di Dio Madre Benedetta Rigon fondatrice del Cenacolo Domenicano, la Venerabile Madre Luigia Tincani fondatrice delle Missionarie della scuola. Di ciascuno di essi don Bellando ha scritto articoli curiosi e interessanti,
molto personali nell’arco di alcuni anni sui Bollettini parrocchiali di Bardonecchia e chi volesse potrà ricercarli in archivio. Non ha potuto scrivere di Pio XII divenuto Venerabile il 19 dicembre 2009, di Paolo VI oggi Beato e presto santo (nel 2018) e del Beato Alvaro del Portillo Prelato dell’Opus Dei che affiancò e con cui impose lemani all’Ordinazione sacerdotale di chi scrive, da parte di Giovanni Paolo II, anch’esso oggi santo.

Santi amici
Il Beato Luigi Novarese.
Di altri, invece, don Bellando è stato amico, ha cioè coltivato rapporti più stretti e costanti, durati nel tempo. È il caso del Vescovo Enrico Bartoletti, Vescovo di Lucca e Segretario Generale della C.E.I., o di mons. Divo Barsotti che è pronto per attivare il processo di canonizzazione, e dei quali abbiamo scritto su questo Bollettino negli anni passati. Uno di questi santi amici, recentemente beatificato, ci pare degno di nota, in questa nostra riflessione a 25 anni dalla morte di don Francesco (7 ottobre 1992): il Beato Luigi Novarese.
Lui stesso ne scrisse nell’ultimo Bollettino prima della malattia. In questi mesi stanno girando le sue Stampelle definite “della speranza” in alcune parrocchie e Diocesi piemontesi, per fare conoscere il suo carisma e le fondazioni da lui sorte come il Centro Volontari della Sofferenza.
Leggiamo quanto mons. Bellando ricordava perfettamente: «Era l’ottobre del 1935 quando Luigi Novarese entrò al Collegio Capranica. Il chierico seminarista Bellando Francesco si trovava al Capranica già prima di lui. Il Novarese si manifestò subito allegro, faceto, pieno d’iniziativa. Apparve come un elemento necessario perché portava un’onda di gaiezza per le sue esibizioni come organizzatore di canti, di giochi, tanto da creare intorno alla sua persona un’aura di popolarità. Giungeva con esperienze particolari da Casale Monferrato. Una malattia grave, la coxite tubercolare, l’aveva provato per otto anni ed era guarito, come lui asseriva, per intercessione dell’Ausiliatrice e di Don Bosco che sarebbe stato poi canonizzato. L’Azione Cattolica aveva orientato poi la sua vivacità naturale ad un grande spirito di apostolato. Aveva sempre nuove iniziative: gruppi di preghiera per intenzioni speciali, libretti e fogli di spiritualità, riunioni più o meno segrete.
La fede semplice e profonda che l’animava si esprimeva in una particolare devozione per il Sacro Cuore e per l’Immacolata. Ricordo che, allora, come sacrestano, mi raccomandava di non preparare l’altare dopo la solenne celebrazione del 1º venerdì del mese perché il giorno dopo era il 1º sabato dedicato al Cuore diMaria. Venne ordinato sacerdote nel 1938. Scoppiata la guerra, entrò nell’Ufficio Informazioni della Segreteria di Stato. Io che vi ero entrato prima di lui, ebbi la strana ventura di portare personalmente la sua domanda all’allora Sostituto della Segreteria di Stato Mons. Montini. In Segreteria resterà molti anni, ma la sua attività era rivolta, come per vocazione speciale, ai malati, ai sofferenti. Per la riuscita della sua opera nulla lo tratteneva. Cercava infatti gli appoggi necessari, con insistenza che poteva sembrare eccessiva, nei superiori, nella gerarchia.
Appaiono così nel suo cammino l’Arcivescovo Mons. Carinci Segretario dei Riti, P. Leiber della Gregoriana e Capo della Segreteria privata di Pio XII, P. Roschini dei Servi di Maria, vari prelati della Curia e Vescovi di varie Diocesi. Dal suo zelo presero vita le iniziative che da tempo portava in cuore: la Lega Sacerdotale Mariana, i Volontari della Sofferenza, i Silenziosi Operai della Croce, i Fratelli degli ammalati, organizzando incontri spirituali,
Esercizi spirituali, pellegrinaggi di sacerdoti ammalati e di ammalati a Lourdes, a Fatima, a Loreto, a Paray-le-Monial e ad altri Santuari mariani. Memorabile fu l’Udienza di 7.000 ammalati nel cortile del Belvedere in Vaticano in cui Pio XII lo chiamò: «generoso sacerdote della Curia romana». Nel 1972 “L’Osservatore Romano” portava la notizia della sua nomina ad Assistente religioso degli Ospedali. Lo rividi ad Oropa dopo tanti anni, dovemi presentò la sua preziosa collaboratrice Sorella Myriam, dedicata soprattutto alle varie case di ospitalità dell’Opera. Chi l’aveva conosciuto restava stupito di tanta attività»3.
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Bardonecchia, Echi di Vita Parrocchiale Anno LXXIX - n. 1 - Gennaio 1991, pagg. 41-42.

Scherza con i fanti ma lascia stare i santi
Il Parroco di Bardonecchia chiude l’articolo sul suo personale rapporto con mons. Novarese con un’osservazione ironica, che va colta nel contesto della loro relazione, soprattutto come compagni di Collegio che mons. Bellando mi rivelò quando io, stuzzicandolo, volevo sapere di più di questa storia. Nell’articolo infatti si dice che fra le tante cose il Novarese organizzava «riunioni più o meno segrete», seppi infatti da don Bellando che il Novarese selezionava chi, secondo lui, poteva partecipare a questi circoli mariani, una specie
di Legio Mariae, mentre altri non venivano coinvolti, e capii che don Bellando era giustamente ferito perché non invitato, si sentiva in un certo senso non ritenuto degno, ma non volle andare a fondo della questione.
C’era un po’ di gelosia forse tra compagni con belle doti e di belle speranze come erano entrambi? Può darsi e sarebbe molto umano, specie in un Collegio, anche se così illustre come il Capranica. In realtà c’era stato un episodio che aveva creato un po’ di frizione, che rimase fra i due e che don Bellando non scrisse per delicatezza nel suo articolo, ma che mi rivelò su mio stimolo. Poiché del tutto innocente possiamo ora, a distanza di tanti anni rivelarlo, e poi ormai il Novarese è Beato e mons. Bellando sicuramente è in Cielo, anche lui.
Il Vescovo di Avellino Pasquale Venezia e il Beato Novarese.
Era successo che per le schermaglie tra giovani compagni il Novarese avesse mal sopportato uno scherzo ritenuto pesante da parte del compagno Pasquale Venezia. Per ricambiare (che vendicare non s’addice a un santo) lo scherzo il Novarese con la complicità di un paio di chierici afferrarono lo studente Pasquale Venezia e lo scaraventarono nella vasca piena d’acqua del cortiletto, fra lo sbigottimento dei Superiori. Bellando ci finì in mezzo e ne fu punito, non ho mai capito bene perché.
Questo rivela il caratterino del Novarese e creò ruggine cameratesca anche con don Bellando che del Venezia era molto amico. Lo rimarrà per tutta la vita anche quando sarà Vescovo di Avellino, in tempi difficili, perché ci fu il terremoto del 1980 e già prima come Vescovo di Ariano Irpino affrontò là il terremoto del 1952, morì nel 1991, un anno prima di don Bellando.
In verità le cose poi si ripararono bene e il Vescovo Venezia fu grande amico del Novarese alla cui opera affidò nel 1957 il Santuario della Salus Infirmorum di Valleluogo, e andando poi a ritirarsi a Rocca Priora presso la casa dei Silenziosi operai della Croce, fondati dal Novarese e dove anni prima il Beato morì. Dunque era soltanto un’ombra.
Mons. Bellando tiene l'omelia (29.06.1983).
I due particolari accennati, le riunioni segrete e lo scherzo pesante, spiegano un po’ la chiusa dell’articolo in cui mons. Bellando con ironia interroga il Cardinale Traglia che ordinò sacerdoti entrambi: don Bellando il 25 marzo 1938 nella Cappella dell’Almo Collegio con mons. Antonio Jannucci poi Arcivescovo di Pescara Penne, e don Novarese al Laterano il 17 dicembre 1938. Erano entrambi presenti alle rispettive Ordinazioni uno dell’altro, saldando così un vincolo sacramentale, oltre che collegiale e capranicense.
Ecco la conclusione, a proposito del Novarese e della fama che andava crescendo: «Un giorno dissi al Cardinale Traglia la mia meraviglia. Mi rispose scherzosamente come sempre: “Vedi lui ha la fama di santità, mentre né io né te l’abbiamo”. Aveva ben ragione il Cardinale Vicario di Roma... Non era solo una battuta romanesca cui era solito il Cardinale, ma una finissima notazione teologica e giuridica, da antico sotto promotore della fede come era stato mons. Traglia da giovane sacerdote alla Congregazione dei Riti (così si chiamava allora): la fama di santità è la base su cui si fonda e che mette in moto la beatificazione e la canonizzazione di un Servo di Dio. E questo don Bellando lo sapeva bene.

Predicare con i santi
Mons. Bellando aveva la buona abitudine di scrivere le sue prediche che poi non leggeva ma pronunciava così a memoria, con arte oratoria e appassionatamente. Così si conservano migliaia di fogli manoscritti – alcuni, ma pochi in realtà, scritti a macchina – con le sue prediche. Questo ha permesso al sottoscritto di svolgere un paziente e lungo lavoro di lettura e di analisi di questi testi per arrivare ad una pubblicazione delle Omelie, tanto apprezzate, del Parroco di Bardonecchia.
Tra le caratteristiche una dominante è la presenza dei santi. Si può dire che non c’è neanche una predica senza la citazione di almeno un santo, frequentemente ci sono diverse citazioni e spesso di diversi santi. Sono episodi, riflessioni, aneddoti, pensieri, scritti, considerazioni varie che ravvivano il discorso e certamente attiravano l’attenzione dell’uditorio, imprimendo meglio le verità di fede trasmesse. In occasione del 25º della morte di don Francesco il lavoro è arrivato a buon punto e si profila la possibilità di una pubblicazione,
speriamo fra non troppo tempo, che metta in mano ai lettori interessati un materiale utile a ravvivare le virtù cristiane e a seguire l’esempio dei santi.
Si può dire in verità che don Bellando ha fatto quello che la Didaché già consigliava ai primi cristiani e che don Giussani ha insegnato come un ritornello ai suoi di C.L.: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e trovate riposo nei loro discorsi» (Didaché IV, 2).
 Mons. Claudio Jovine

I DIRITTI NEGATI DOPO LA PACE DI UTRECHT:
fra nuovi assetti territoriali e romanticismo
Vittorio Amedeo II.
«Sua Maestà Cristianissima ... cede e trasporta a Sua Altezza Reale di Savoia ... irrevocabilmente e per sempre, le Valli che sieguono, cioè la Valle di Pragelato con li forti di Exilles e di Fenestrelle e le Valli d’Oulx, di Sesana, Bardanache...», con queste parole dell’articolo 4 del Trattato di Utrecht, nella lontana Olanda, si liquidava la questione delle alte valli; secondo un triste modello, quasi coloniale, si segnava il confine fra ciò che doveva stare da una parte o dall’altra, al di là delle radici perdute per chi quelle terre abitava.
Per i Savoia, coinvolti in un continuo gioco di vittorie e sconfitte, la pace di Utrecht prevedeva la restituzione da parte della Francia di Nizza e Savoia, l’attribuzione del Regno di Sicilia, inoltre sulla base del principio delle cosiddette eaux pendantes, ovvero di portare i confini fino al displuviale alpino, il neo-regno incamerava anche le alte valli di Susa,
Chisone e Varaita cedendo alla Francia la valle di Barcellonette. In questo modo le vallée cédées sia pur con labili confini – infatti solo nel 1761 e 1764 i confini verranno definiti in modo preciso e definitivo – entravano a far parte del nuovo Regno di Sardegna. In realtà nell’agosto del 1708, nel momento in cui il Duca di Savoia occupava la fortezza di Exilles, per pacificare gli animi proclamava, fra l’8 e il 12 settembre, il rispetto degli usi locali per le valli di Oulx e Pragelato. Il 2 gennaio 1709 Vittorio Amedeo II riceveva dalla comunità di Bardonecchia il giuramento di fedeltà e in cambio i bardonecchiesi si aspettavano il riconoscimento dei cosiddetti “privilegi brianzonesi.”
In effetti il Trattato di Utrecht verrà concluso solo l’11 aprile del 1713 e ratificato il 6 maggio dello stesso anno. L’alta valle verrà annessa alla Provincia di Susa, creata dallo stesso Vittorio Amedeo II nel 1622. Questo passaggio fu per l’Escarton dell’alta valle di Susa un momento estremamente triste, infatti il Re di Sardegna bloccò i tradizionali accessi del Monginevro dirottando i commerci verso il Moncenisio che collegava la Savoia e il Piemonte; ovviamente questo significò troncare scambi commerciali, culturali, matrimoni e legami familiari che da secoli univano le terre del “Gran Escarton”, mentre la nuova unione con la bassa valle era quanto mai innaturale nonostante le apparenti logiche e naturali frontiere orografiche delle “eaux pendantes”, in quanto il confine di Gravere segnava ben più della divisione fra alta e bassa valle, ma piuttosto divideva mondi diversi sul piano linguistico, culturale, ed economico.
Di questo stato di cose se ne rese conto immediatamente Antoine Jaquet, sotto-prefetto della Provincia di Susa, che nella relazione dal titolo “Memoire sur la statistique de l’arrondissement de Suze”, indirizzata al generale Jourdan del Consiglio di Stato, dirà: «… esiste una marcata differenza fra gli abitanti della parte superiore e quelli della parte bassa della Provincia. … Gli abitanti delle montagne hanno dei modi dolci, dell’affabilità, dell’istruzione…; all’esterno, anche se molto poveri, in entrambi i sessi vi è una estrema pulizia, quelli della pianura hanno una tinta di carattere molto meno felice: più ignoranti, e di conseguenza più creduloni e più superstiziosi…». L’intendente di Susa sottolinea ancora come il Collegio di Oulx fosse un vivaio di insegnanti per il «midi de la France» grazie «alla loro doppia nazionalità francosarda » e alla conoscenza della lingua francese, mentre il resto del Piemonte «regnava l’ignoranza più profonda».
Francobollo celebrativo del Trattato di Utrecht.
In questo contesto di grandi differenze fra alta e bassa valle, gli abitanti dell’Escarton di Oulx si riunirono già sin dal 26 maggio del 1713, e quindi pochi giorni dopo la ratifica del Trattato di Utrecht, con il preciso intento di redigere e inviare a Torino una supplica per mantenere gli antichi privilegi concessi dal Delfino con particolare riferimento a: sgravi fiscali di vario genere, libertà di assemblea e di eleggere i propri Sindaci, possibilità di costruire liberamente canali di irrigazione, fare tagli di boschi, poter commerciare con relativa facilità nel brianzonese i vini di Chiomonte ed Exilles, il mantenimento delle libertà del clero gallicano, al di là della inevitabile soppressione della Prevostura di Oulx, e soprattutto la possibilità di parlare e redigere atti amministrativi in francese per evitare interpretazioni fallaci e fuorvianti.
In realtà, nonostante l’articolo 18 del Trattato prevedesse il riconoscimento degli antichi usi, i privilegi degli escarton concessi dal Delfino del 1343 furono disattesi e quindi si moltiplicarono le richieste rivolte a Vittorio Amedeo II per ottemperare a quanto promesso.
Il 7 dicembre l’Assemblea degli Escarton incarica Joseph Barbier, medico a Bardonecchia, di perorare incessantemente la causa delle valli di Oulx e di Pragelato presso il conte Mellaréde e presso l’intendente generale delle finanze di Torino. Purtroppo le varie sollecitazioni non ebbero i risultati sperati e quindi l’Assemblea degli Escarton decise il luglio 1714 di inviare a Parigi un loro rappresentante per far elaborare un cabaret d’argento e un calamaio da tavolo anch’esso in argento da donare al sovrintendente di Susa in modo da attirare la sua benevolenza.
Nel 1719 Ippolito Des Ambrois di Rochemolles, membro influente all’interno nelle deliberazioni degli escarton di Oulx e Pragelato verrà inviato l’11marzo a Torino con il medico Juget di Chiomonte per vedere a che punto erano le pratiche per la confermazione dei diritti delfinali come promesso sin dal giuramento 12 settembre 1708. Nel 1734 troviamo una analoga supplica ad opera del Comune di Bardonecchia.
In pratica, nonostante le suppliche, le molteplici richieste da parte dell’escarton di rispettare quanto promesso, i vari tentativi di captatio benevolentie con doni di prodotti tipici come formaggi e cacciagione od oggetti preziosi, Vittorio Amedeo II e la Corte si dimostrarono insensibili e indifferenti alle istanze provenienti dal basso, per di più da dei montanari con i quali vi era una durevole inimicizia e diffidenza. Inoltre Vittorio Amedeo II «per la prima volta introdusse il principio di una sorveglianza statale sui percorsi di formazione» e «... sulla classe degli insegnanti ... Suscettibili di licenziamento in tronco qualora non avessero corrisposto alle sue aspettative», è quindi evidente che concedere alle alte valli la possibilità di scegliere e gestire autonomamente corsi e insegnanti era quanto mai inopportuno.
Analogamente Vittorio Amedeo II si rivolse alle municipalità per ottenere l’assoluta subordinazione delle Amministrazioni locali al potere centrale emanando nel 1733 un editto nel quale i consiglieri comunali si riducevano a sette che a turno avrebbero occupato la carica di Sindaco, introducendo inoltre la figura del segretario comunale che si configurava come un rappresentante dello Stato presso le comunità. Anche in questo caso appare evidente che la nomina inmodo autonomo di un Sindaco, con pieni poteri, da parte degli escarton cozzava con la ferrea volontà regia di controllo dei territori delle terre alte.
Lo stato delle cose iniziò a prendere un nuovo risvolto per una serie di fattori: anzitutto vi fu un’azione importante di Luigi Latourette, appartenente a una potente famiglia di notabili castellani di Oulx e Cesana, che riuscì ad ottenere copia del documento con cui Luigi XV aveva confermato i privilegi ai due escarton francesi unitamente all’azione del nipote Bernard che sottopose, ancora una volta, alle gerarchie sabaude la conferma degli antichi privilegi.
Carlo Emanuele II, più attento, rispetto al padre, a smorzare le ostilità con le comunità degli escarton coinvolgendo i maggiorenti locali, confermò, dietro pagamento dei tributi dovuti al Delfino, gli impegni di Utrecht, il rispetto di franchige e delle tradizioni locali attraverso le “Reali patenti” del 28 giugno 1737.
Il rinnovo dei privilegi brianzonesi era in realtà un atto formale, in quanto i suddetti privilegi delfinali non dovevano pregiudicare i diritti regi del patrimonio ed essere compatibili con le disposizioni delle Reali Patenti. Emblematiche e in aperto contrasto con quanto previsto dalle libertà delfinali, sono infatti le infeudazioni in alcune zone dell’alta val Susa operate dai Savoia, che non esitarono a distribuire titoli nobiliari come quelli di conti di Clavières, Exilles, Oulx, Salbertrand, San Marco a chi aveva servito fedelmente o poteva pagarselo.
I due escarton francesi e i tre italiani continuarono a riunirsi come sempre ma separatamente e le loro decisioni sul piano economico e culturale furono sempre meno efficaci proprio per la separazione dall’importante centro di Briançon. I capifamiglia si riuniranno ancora nelle piazze, nelle chiese per decidere in merito ai boschi o ai bandi campestri o per eleggere i propri rappresentanti ma sempre più controllati da parte dei funzionari regi o degli intendenti.
Che sotto i Savoia tutto sarebbe stato diverso lo si era già capito sin dal dicembre del 1717 quando l’intendente di Susa Guillier emette un divieto dei tagli boschivi senza consultare le autorità locali. Furenti i delegati dell’alta valle si presentarono a Susa il 21marzo del 1718 rivendicando le «concessions des princes Dauphins en faveur desdites communautés dans lesquelles elles ont été jusque á présent maintenues».
Il 21 settembre 1737 a Bardonechia per la riapprovazione degli statuti e dei bandi campestri si riunirono Consoli e Consiglieri e il Castellano di Exilles, Pierre Syord, che però non si limitò ad agire come semplice notaio ma intervenne profondamente nelle decisioni diffidando del comportamento dei Consoli e sospettando ad ogni piè sospintomalversazioni e inganni, anzi inviterà Sua Maestà a tenere d’occhio i maggiorenti degli escarton ancora troppo fedeli alla Francia.
L’ultima riunione dell’escarton di Oulx avverrà nel maggio del 1791 e come sempre si discusse di viabilità, acque e boschi ... ma tutto rimase senza seguito.
Le aspirazioni alla riunione delle “valli cedute” con Briançon e Queyras sembrarono improvvisamente trovare una risposta nel 1796, sotto la spinta della Rivoluzione francese, con la nascita dell’effimera Repubblica Piemontese, ma la furia iconoclasta ed egualitarista giacobina cancellò ogni distinzione al di qua e al di là delle Alpi. Dopo Marengo il Piemonte veniva finalmente annesso alla Francia senza però tornare alla realtà amministrativa degli escarton, infatti i territori delle valli cedute finiranno nei cosiddetti “dipartimenti
alpini” e precisamente negli arrondissements di Susa, Pinerolo e Saluzzo: tutti rigorosamente al di qua delle Alpi!
Il Congresso di Vienna chiuse l’esperienza napoleonica e con la “restaurazione” sancì, almeno nella facciata, il ritorno all’ancient regime, ma senza che venissero riconosciuti i privilegi delfinali e anche l’ultimo appello delle “valli cedute” rivolto a Carlo Felice sarà destinato a rimanere inascoltato.
Oggi sappiamo che le cose sono andate come sappiamo, soltanto perché si è affermata una delle possibili soluzioni storiche, non necessariamente la migliore. Resta sul campo il tema delle “radici perdute” del legame al mondo degli escarton o meglio al loro mito. Facile è immaginare che si sarebbe potuto avere un mondo fatto di terre alte appartenenti a uno spazio per così dire “italico” sul piano territoriale, ma dotato di ampi spazi di autonomia, anche se poi i movimenti risorgimentali che di lì a breve coinvolgeranno l’Italia e più in generale l’Europa con i vari moti indipendentisti e il nazionalismo ad esso connesso, avrebbero spazzato facilmente le autonomie locali.
Ripensare in questo modo la Storia non è mai facile, anzi a volte è estremamente pericoloso e fuorviante, quindi è difficile dire che la perdita dei privilegi per le alte valli fu una falsa partenza, o un debutto sbagliato nella storia dell’Italia unita; certo in un’Europa omologatrice e lontana così come a volte lo è l’Italia, il mondo degli escarton ci pare un’isola dove seppellire il nostro cuore.
In ultimo, siccome in fondo la Storia è sempre solo una e trasversale a tutti i popoli della terra,mi vengono inmente le parole di Alce Nero dopo l’eccidio compiuto dagli Stati Uniti aWounded Knee: «Non sapevo che in quel momento era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo [i massacri]
… E posso vedere che lassù morì un’altra cosa lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno…»1.
Roberto Borgis
1 D. Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Milano 2017, ed. orig. 1970, p. 421.

IL PELLEGRINAGGIO A ROMA (1ª PARTE)
Il pellegrinaggio a Roma fu una pratica che si instaurò fin dai primi secoli dell’era cristiana: lo attestano resoconti di viaggi, testimonianze archeologiche ed epigrafiche. Le tombe che racchiudevano le spoglie degli Apostoli Pietro e Paolo furono oggetto di venerazione non solo da parte dei Cristiani della città, ma anche di quelli che provenivano da zone lontane.
A questo proposito, lo storico della Chiesa Eusebio di Cesarea1 scrisse che agli inizi del III secolo il diacono romano Gaio, attestando la presenza a Roma delle spoglie di San Pietro nella zona del Vaticano e quelle di San Paolo lungo la via Ostiense, affermava che per venerarle schiere di pellegrini accorressero da ogni parte dell’Impero; chiamò queste due tombe con il termine greco tropaia, trofei, segni di vittoria ottenuta con il martirio.
Il pellegrinaggio alla tomba di S. Pietro
San Pietro fu martirizzato nel circo di Caligola, situato nella zona pianeggiante ai piedi del colle Vaticano, tra l’anno 64 e il 67, durante la violenta persecuzione voluta da Nerone2; i suoi discepoli, quando ne poterono ottenere il corpo, lo seppellirono, probabilmente di notte, in uno dei sepolcreti vicini, destinati a persone di umili condizioni; in modo frettoloso, per evitare di essere individuati, lo deposero in una tomba terragna.
Per fissare nellamemoria il luogo della sepoltura, che doveva rimanere anonima, fecero riferimento ad un albero o ad un altro elemento naturale che si trovava lì accanto e lo chiamarono con il termine generico di terebintus. Verso lametà del II secolo, a Roma, si verificò un aumento della popolazione e del numero delle persone benestanti, per cui si dovettero reperire altre aree funerarie: nei sepolcreti vaticani, le tombe terragne, precedenti di cento anni, vennero sostituite da ricche camere funerarie, che appartenevano a famiglie facoltose. In questo frangente, i Cristiani di Roma si adoprarono affinché la tomba di San Pietro, a differenza di quelle vicine, fosse preservata dalla distruzione3. Tra l’anno 146 e il 160, a ridosso di questa sepoltura, fu costruito un muro di contenimento, il “muro rosso” 4, le cui fondazioni vennero a cadere sulla parte occidentale della sepoltura. Questa fu in gran parte salvata perché, contestualmente, fu costruita un’edicola, che aveva il compito di conservare e di proteggere una sepoltura semplicissima, anteriore di cento anni. Questo monumento, le cui forme e dimensioni, sono simili a quelli esistenti in altre necropoli romane, in particolare in quelle lungo la via Ostiense, è però un caso isolato, rispetto alla tipologia di quelli che si trovano nei sepolcreti del Vaticano.
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1 Cfr. Eusebio, vescovo di Cesarea (265 ca-339), nella “Storia Ecclesiastica”, 2-25, 5-7, riporta la testimonianza di Gaio, diacono romano, che, agli inizi del III secolo, nella disputa con Proclo, un eretico montanista, il quale sosteneva che le tombe degli Apostoli più illustri fossero a Jerapoli, in Frigia, affermò che invece si trovavano a Roma e ne precisò l’ubicazione.
2 Cfr. Tacito, Annales. XL, 44.
3 Tra l’anno 1940 e il 1949, sotto il pavimento delle Grotte Vaticane e quello della Confessione, si svolse un’importante campagna di scavi, diretta da mons. Kaas, segretario economo della Fabbrica di San Pietro; fu condotta da studiosi e archeologi di chiara fama, quali Apolloni Ghetti, Ferrua, Josi e Kirschbaum. I risultati delle indagini furono pubblicati nel libro: “Esplorazioni sotto la confessione di San Pietro in Vaticano, eseguite negli anni 1940-1949…”. Volume stampato nella “Tipografia Poliglotta Vaticana, 1951”. Con il termine “trofeo di Gaio”, gli archeologi chiamarono quello che rimaneva
della tomba di S. Pietro, testimoniata dal diacono romano.
4 Il “muro rosso” è una struttura muraria di cui sono stati individuati, sotto l’area della Confessione, circa sette metri e che ha un andamento nord-sud; fu costruito in seguito ad una sistemazione di quella parte della necropoli vaticana, posta sulle pendici del colle Vaticano; fu chiamato così per il colore rosso dell’intonaco e delle fodere impermeabilizzanti delle sue fondazioni; accanto, nello stesso periodo, furono anche realizzati un fognolo, per lo smaltimento delle acque meteoriche, ed una scalinata, per permettere l’accesso alle camere funerarie vicine.
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Fig. n. 1: Ricostruzione plastica del “Trofeo di Gaio”, 
addossato al “muro rosso” del “Trofeo”
I ritrovamenti archeologici hanno stabilito che il “Trofeo di Gaio” fu costruito contestualmente al “muro rosso” e che in origine corrispondeva ad una edicola5, costituita da una spessa lastra di travertino (v. f ig. n. 1),
posta a livello del terreno (soglia), su cui poggiavano due colonnine marmoree che sostenevano un’altra lastra, anch’essa di travertino (mensa), infissa direttamente nel “muro rosso”; nello spessore del muro, tra la soglia e lamensa, fu ricavata una nicchia6, ad indicare che il luogo antistante era di particolare importanza; la soglia presentava un’apertura di forma trapezoidale, che si apriva sulla parte della sepoltura di San Pietro, risparmiata dalla costruzione del “muro rosso” ed era chiusa da una lastra di marmo, detta “cataracta”. Al di sopra della mensa del “Trofeo”, c’era un secondo incavo, anch’esso ricavato nello spessore del “muro rosso”, ma di forma e dimensioni minori rispetto a quello inferiore. Il modo in cui venne realizzato questo piccolo monumento funebre e la particolare attenzione con cui fu tutelato in quei tempi in cui essere cristiani era considerato un crimine verso lo Stato, testimoniano la straordinaria importanza attribuita dai fedeli a quella sepoltura, vigilata e venerata ininterrottamente. Di fronte ad essa vi era uno spazio libero, il cosiddetto campo ”P” di circa m. 4 per 7, delimitato a sud e ad est dai muri esterni di due camere funerarie, mentre il lato nord era libero. Verso la metà del III secolo, sul fianco destro fu costruito un piccolo muro di sostegno, reso necessario da una crepa che si era formata nel “muro rosso; gli archeologi che effettuavano le indagini lo chiamarono “muro g” o “muro dei graffiti”, a causa degli innumerevoli segni che ne ricoprivano le superfici,
soprattutto quella esterna, più facilmente raggiungibile7.
La costruzione delmuro “g”, comportò una riduzione delle due lastre di travertino del “Trofeo di Gaio”, lo spostamento delle due colonnine di destra e la perdita della simmetria del piccolo monumento. Gli archeologi chiamarono “memoria petrina” (v. f ig. 2), il complesso
formato da quella parte del muro rosso, dal “Trofeo di Gaio”, dal muro ”g” e dal campo ”P”. Il muro “g”, presentava, verso la parte esterna, un incavo, a forma di parallelepipedo irregolare8, che era rivestito, quasi interamente, da sottili lastre di marmo, mentre sul lato occidentale, che terminava sul “muro rosso”, vi era un graffito; il loculo era destinato ad avere una funzione straordinariamente importante, come quella di seconda tomba, nella quale custodire quanto era ancora recuperabile delle spoglie di San Pietro.
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5 Questo monumento funebre doveva essere alto tra 130 e 150 cm.
6 È la “nicchia dei palli” che, fatta rivestire nella seconda metà del VI secolo con un mosaico bizantino raffigurante “Cristo Pantacrator”, si può ammirare al di sotto dell’altare papale, affacciandosi dalla balaustra della Confessione.
7 Forse la zona della nicchia era recintata, per cui i pellegrini non vi avevano accesso.
8 Questo loculo fu realizzato dopo che la parete del muro era già stata ricoperta da molti graffiti.
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Fig. n. 2: Pianta della “Memoria petrina”.
Le preziose reliquie, infatti, non potevano essere oltre conservate in una fossa terragna, che, per la particolare posizione della piccola area, chiusa sui tre lati, era soggetta a frequenti riempimenti di limo. Il loculo conteneva delle ossa umane, frammiste a quelle di piccoli animali 9, ma gli archeologi non ne eseguirono la ricognizione il giorno stesso, però scattarono qualche fotografia; ispezionarono il terreno sotto la “cataracta” del “Trofeo di Gaio”, ma non vi rintracciarono alcun resto umano10; dal lato ovest del loculo, in corrispondenza del “muro rosso”, fu staccato quel frammento di graffito (v. f ig. n. 3), di cm. 3,2x5,8,11 su cui erano tracciati alcuni segni, riconducibili all’alfabeto greco; P. Ferrua se ne appropriò, dicendo che intendeva esaminarlo12.
La campagna di scavi terminò nel 1949 e i risultati furono presentati a Pio XII, che, nel Radiomessaggio del 23 dicembre 1950, a conclusione dell’Anno Santo 1950, annunciò che le indagini archeologiche, condotte sotto il pavimento della Confessione, avevano portato al ritrovamento della tomba di San Pietro; riferì inoltre che, durante le indagini, erano state rinvenute delle ossa umane, ma, per il momento, non si poteva provare con certezza che fossero le reliquie della spoglia dell’Apostolo.

Fig. n. 3: Il frammento del “muro “rosso”,
che fu staccato durante le “Esplorazioni”.
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19 La presenza di ossa di piccoli animali non deve stupire, se si tiene conto che il luogo in cui fu sepolto S. Pietro
poteva essere stato un terreno abbandonato o un orto.
10 Il P. Ferrua, in seguito, dichiarò che gli archeologi, il giorno successivo, avevano trovato il loculo vuoto; come si
seppe anni dopo, il materiale contenuto all’interno era stato fatto prelevare, la sera stessa, da mons. Kaas.
11 Il frammento fu staccato in modo maldestro, usando un grosso scalpello.
12 Il P. J. Antonio Ferrua, il maggiore studioso di epigrafia paleocristiana del secolo XX, lo studiò, ne parlò in diversi
articoli di giornali, quali “Civiltà Cattolica” e il “Messaggero”, corredandoli dall’immagine del loculo, sul cui sfondo appariva
l’epigrafe.
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Nel periodo tra il 1957 e il 1969, l’epigrafista Margherita Guarducci 13, ottenne di poter esaminare il muro dei graffiti e quel frammento prelevato dal fondo del loculo. Decifrando quei segni, constatò che il muro “g” era in relazione con il culto di Pietro, infatti era stato ricoperto di graffiti, in cui ricorre continuamente l’iniziale del nome dell’Apostolo, associato a quelli di Cristo e di Maria, quasi una nuova Trinità (v. f ig. n. 4 e f ig. n. 4a); quei segni testimoniavano la venerazione e le richieste di intercessione rivolte all’Apostolo dai fedeli e dai pellegrini, molti dei quali avevano aggiunto anche il proprio nome. “Pietro”, abbreviato in “P”, con la lettera

Fig. n: 4: Graffiti del muro “g”. Qui, il simbolo costantiniano15, in cui il nome di Cristo (Christòs), è riprodotto mediante le lettere iniziali greche maiuscole chi X e rho P sovrapposte, XP, vi appare più volte, così come la parola “NIKA”, imperativo greco che significa “VINCI”; è anche presente la scritta frammentaria HOC VIN, per “In hoc signo vinces”, versione latina della scritta apparsa a Costantino.

“E” sovrapposta, assume la figura della chiave, con evidente allusione alle simboliche chiavi affidate da Cristo al suo discepolo. Qui, inoltre, per la prima volta a Roma, in un contesto devozionale, appare più volte, con chiarezza, il simbolo cristologico, nella forma archetipa del monogramma costantiniano14. La professoressa Guarducci venne a sapere dal capo degli operai che avevano collaborato con gli archeologi, che, durante le “Esplorazioni”, nel loculo erano state trovate delle ossa umane, che, insieme ad altri frammenti di intonaco, erano state messe in una cassetta che si trovava nel magazzino degli scavi.
Fig. n: 4a: Esempio di chi rho.


Le ossa furono esaminate dall’antropologo La professoressa Guarducci chiese di poter esaminare il frammento del “muro rosso” di cui aveva visto la fotografia; dopo molte insistenze, in cui fu coinvolto anche il Papa Paolo VI, P. Ferrua riconsegnò il graffito; la studiosa lo ricostruì come Pét[ros] enì, cioè “Pietro è qui”, dove enì è la forma abbreviata di enésti (v. f ig. n. 5). Non tutti gli studiosi accettarono questa ipotesi; alcuni interpretarono il graffito con “Pet[ros] en i[rini]”, “Pietro in pace”, formula augurale di pace eterna, che compare molto spesso nelle iscrizioni sulle lastre dei loculi delle catacombe, già dal III secolo 18.
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13 La professoressa Guarducci fu un’esperta di epigrafia classica, a livello mondiale e docente universitaria. 14 L’imperatore, nei giorni precedenti la battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312), ebbe una visione; come lui stesso riferì al suo biografo e amico, Eusebio di Cesarea, nel cielo gli apparvero la scritta in lingua greca “En touto nika” e il simbolo cristologico; l’imperatore fece apporre sugli scudi dei suoi soldati quel simbolo e la vittoria gli arrise.
15 Il simbolo cristologico costantiniano si diffuse rapidamente a Roma; infatti, come si vede nella fig. 4, fu apposto più volte sul muro “g” e questo avvenne nel volgere di sei, sette anni, cioè nel periodo successivo alla battaglia di Ponte Milvio e prima che Costantino, verso l’anno 319, racchiudesse la “memoria petrina”, in un monumento marmoreo.


Il 26 giugno 1968 il Papa Paolo VI affermò ufficialmente che le reliquie dell’Apostolo erano state ritrovate. Il giorno successivo i resti furono ricollocati nel loculo originario, racchiusi in 19 teche di plexiglass19, insieme ad un cartiglio chiuso. Nell’iscrizione identificativa delle ossa, il Pontefice fece scrivere “Ossa che si ritengono appartenere a S. Pietro”.
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16 Il prof. Venerando Correnti (1909-1991) fu un importante antropologo e docente universitario; a lui si devono importanti risultati sull’antropometria.
17 L’antropologo evidenziò che le ossa erano appartenute ad un individuo che, durante la vita, aveva fatto dei lavori pesanti e che era affetto da artrosi reumatoide, caratteristiche tipiche di chi era stato pescatore. Lo scheletro era completo ad eccezione delle ossa dei piedi, che mancavano del tutto; questo avvalorerebbe la tradizione secondo la quale S. Pietro fu crocifisso a testa in giù; i suoi discepoli, recuperandone il corpo, non avrebbero avuto il tempo di staccare i piedi dalla croce e di avere la salma completa. Non dobbiamo dimenticare che era in atto la prima persecuzione e che un indizio o un sospetto di appartenere alla “setta dei cristiani” poteva comportare la morte.
18 Questa lettura era stata già proposta da P. Ferrua negli anni ’50; fu ripresa dall’epigrafista prof. D. Mazzoleni nel catalogo della mostra “Petros eni” del 2006. 19 Sette frammenti, per volere del Pontefice, furono sigillati in un’urna, che fu posta nella sua cappella privata.
Fig. n. 5: Le sette lettere greche ricostruite in Petr(òs) enì.

Il pellegrinaggio alla Basilica di San Pietro
Quando, nel secondo decennio del IV secolo, Papa Silvestro I e l’imperatore Costantino decisero di costruire, nella zona del Vaticano, la basilica in onore del Principe degli Apostoli, non ebbero dubbi nel riconoscere l’autenticità della tomba, comprovata dalle testimonianze della devozione tributatale dai fedeli per duecentocinquanta anni. Quel piccolo complesso che si trovava ad est del “muro rosso” divenne il fulcro della nuova costruzione; la “memoria petrina” fu protetta sui lati sud e nord con due muri, che non sono eguali, come spessore: quello a nord, cioè quello adiacente al “muro dei graffiti”, è quasi il doppio di quello opposto, ma non per una casualità: questo accorgimento, infatti, permise di proteggere ulteriormente il loculo e il suo contenuto. L’asse della “memoria petrina”, che, con la costruzione del muro “g”, era venuto a cadere, non più al centro della nicchia, ma spostato a destra20, fu assunto come asse longitudinale della basilica costantiniana, il cui livello del pavimento fu lo stesso di quello della “soglia” del trofeo di Gaio.
Il rispetto di queste due condizioni comportò gravi problemi tecnici, sia nel gettare le fondamenta dell’edificio che per la necessità di creare una platea molto vasta; le camere funerarie della necropoli pagana ancora in uso non furono distrutte, ma interrate21 e nella zona del declivio vaticano furono compiuti un imponente sbancamento22 e un grandioso livellamento che comportarono un impegno finanziario molto oneroso. I lavori per la costruzione della Basilica di S. Pietro iniziarono verso l’anno 319 e terminarono intorno al 353; l’aula misurava m. 119 di lunghezza, 63 di larghezza e m. 37 di altezza; era suddivisa in cinque navate, separate da quattro file di colonne di spoglio, di marmi di colore diverso.

La memoria petrina era stata fatta racchiudere da Costantino, per tre lati, da muri rivestiti di lastre di marmo frigio e di porfido rosso23, mentre la nicchia era rimasta “in vista”; il monumento costantiniano, a forma di parallelepipedo, misurava cm. 180x290 di base, cm. 275 di altezza e poggiava su di una piattaforma alta 16 cm.; si trovava sulla corda dell’abside24, in posizione tale da farvi convergere l’attenzione dell’assemblea; su di esso l’imperatore fece collocare una croce d’oro massiccio, che portava l’iscrizione dedicatoria con i nomi di Costantino e di sua madre Elena25. Per proteggerlo e per evidenziarlo, Papa Silvestro I fece costruire una pergula, che separava la parte destinata all’assemblea da quella liturgica26, ed era formata da sei colonne tortili27, collegate da un architrave, cui erano appese molte lampade, accese di giorno e di notte 28.
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20 La mancanza di simmetria, si può notare guardando attentamente la “memoria petrina”.
21 La distruzione di una necropoli, avrebbe comportato, con la violatio sepulcri, gravi problemi all’imperatore, sia sul piano religioso (accusa di empietà), che su quello politico; i Cristiani, allora, rappresentavano solamente una parte esigua della popolazione della città.
22 Secondo i geologi che hanno indagato il colle Vaticano, la finestra cui si affaccia il Papa, durante la Benedizione dell’Angelus, corrisponde all’incirca all’altezza che, agli inizi del IV secolo, il declivio del colle aveva in quel punto.
23 Eusebio di Cesarea, lo descrive come «…uno splendido sepolcro davanti alla città, al quale accorrono come ad un grande santuario e tempio di Dio, innumerevoli schiere di pellegrini da ogni parte dell’impero…». Teofania, 47.
24 Il punto centrale dell’abside coincideva con l’asse mediano verticale della “memoria petrina”.
25 La croce pesava 150 libbre.
26 Contrariamente alle chiese paleocristiane di quell’epoca, l’abside era rivolta ad ovest e il celebrante volgeva le spalle all’assemblea. La mensa per le celebrazioni eucaristiche non era collocata in un posto fisso.
27 Le colonne tortili, a ricordo di quelle del tempio di Salomone di Gerusalemme, erano dette vitinee, perché ornate di tralci di vite; donate da Costantino, erano in prezioso marmo greco.
28 Abbiamo una testimonianza sicura dell’aspetto della pergula, che fu riportato nella faccia posteriore della “capsella di Sammagher”, una cassetta reliquiario in avorio e argento, di manifattura romana, che probabilmente un pontefice, verso la metà del V secolo, fece realizzare per l’imperatore Valentiniano III o un illustre personaggio dell’epoca. Questa cassetta, rinvenuta nel 1906 a Sammagher, vicino a Pola, e che ora si trova nel Museo Archeologico di Venezia, è un’importante testimonianza sull’arte paleocristiana e sull’aspetto della “pergula” e dei mosaici dell’abside della Basilica, a metà del V secolo.---
Una significativa prova del rigoroso rispetto che Papa Silvestro I ebbe e che nei secoli successivi animò i pontefici nel considerare intangibile la “memoria petrina”, è testimoniata dal fatto che, nel corso dei secoli, rimase sempre racchiusa nel monumento costantiniano. La bellezza della Basilica Vaticana e la ricchezza dell’area della Confessione, ricolma di addobbi e di suppellettili preziose, attiravano irresistibilmente i fedeli, nei quali instillavano sentimenti di rispetto e di venerazione, verso la tomba del Principe degli Apostoli.

Paolino di Bordeaux,meglio noto come San Paolino di Nola (353-431), descrisse le meraviglie della basilica di S. Pietro come si presentava alla fine del IV secolo; nei suoi versi fece risaltare la gioia che i fedeli provavano, affascinati da tanto splendore. Il poeta spagnolo Prudenzio scrisse che i marmi pregiati e i bellissimi mosaici dorati che ornavano l’abside e l’arco trionfale della basilica di S. Pietro destavano l’ammirazione dei pellegrini, i quali erano così numerosi che, in corrispondenza del ponte Elio, in seguito ponte Sant’Angelo, formavano una ressa29. Per disciplinare l’entrata nella basilica, delle sue cinque porte, una, la “Ravenniata”, era riservata agli abitanti di Trastevere e dell’Etruria, la “Romana” ai Romani e la “Guidonea” ai gruppi dei pellegrini accompagnati da guide.
Graziella Bava
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29 Prudenzio visse a Roma negli anni di fine sec. IV e quelli di inizio del V; cfr. Peristephanon, XI, 159-168.

Frammenti di storia locale:
IL CASTELLO DEL BRAMAFAM
Torre Bramafam - rilievo del 1889.
Ben conosciuto a chi dimora in Bardonecchia o la frequenta è il forte del Bramafam che sovrasta l’abitato con la sua rilevante estensione. Forse meno nota è l’esistenza di un castello omonimo i cui resti (alcune rovine ed una torre individuata come “torre Bramafam”) sono ancora evidenziati nelle mappe militari ottocentesche oltre che nei progetti per la costruzione del forte e negli stati d’avanzamento dei lavori. Il castello era collocato sul dosso dove attualmente vi è il forte omonimo.
Non occupava tutto lo spazio del forte recente ma era posto verso la località denominata “quattro strade”. Scarse sono le notizie sulle origini del castello di cui il toponimo “Ciatiau” (castello) ne ricorda ancora oggi l’esistenza. Era probabilmente più piccolo, pur ricordandone la struttura, rispetto al castello consortile che si ergeva sopra le abitazioni del “borgo vecchio”. Per la sua posizione dominante la conca ed il suo accesso “in codammonte alticimo”, lungo un’antica strada “alta” che portava dal Bersac verso Les Arnauds ed il Melezet, assolveva alle esigenze di controllo sia militare sia commerciale.
Non si conosce quale membro della famiglia de Bardonnèche lo abbia costruito, né in che periodo. Presumibilmente era abbastanza mal ridotto quando, nel 1330, Pietro e Costanzo de Bardonnèche, in non buone condizioni finanziarie, lo vendettero al Delfino Guigo VII assieme ai loro diritti di cosignori. Entrambi i de Bardonnèche, divenuti soldati di ventura, morirono poi a Poitiers combattendo contro gli inglesi.
L’acquisto di una porzione di cosignoria rientrava nelle mire dei D’Albon che, affermato oltralpe il loro predominio, tendevano ad estenderlo anche nell’alta Valsusa. Il loro potere era ben diverso sui due versanti alpini. La realtà cisalpina nei primi secoli del secondo millennio era assai più complessa e sfumata di quella oltralpe, con un insieme di diritti eterogenei che comportavano una evidente difficoltà da parte dei Delfini ad imporre la loro supremazia. In particolare incontravano la forte resistenza dei cosignori di Bardonecchia che non volevano veder messa in discussione l’origine autonoma e più antica dei loro diritti.
Il Delfino, divenuto con questo acquisto “parerius” (ovvero cosignore di Bardonecchia) volle fare del castello di Bramafam il segno visibile della sua presenza provvedendo al suo ripristino, dotandolo di una piccola guarnigione permanente ed adibendolo a residenza di un suo vice-castellano.
Era usanza che quando il Delfino «vult hedifficare in castro» provvedeva a sue spese al materiale («collidere sablonem seu arenam») mentre agli abitanti del luogo spettava fornire la manodopera («dictum sablonem facere deprotari in dicto castro»). La manovalanza mediante “corvées” era obbligatoria anche se regolarmente retribuita; l’esecuzione dei lavori era riservata a maestranze specializzate: “magistri lapidici” e “carpentarii”. Nei rendiconti del 1333, fatti da Maurinet Maure, segretario del balivo di Briançon Guillome de Bessignac, sono riportate le spese per la ricostruzione del castello.
Dobbiamo ad alcuni aspetti di natura economica le prime descrizioni del castello.
Aspetto ipotetico del castello di Bramafam
(modello di Aldo Pettigiani).
Infatti il Delfino Umberto II, per far fronte ai numerosi debiti di cui era gravato, propose al Papa Benedetto XII, allora in Avignone, la cessione di parte dei suoi territori per 450.000 fiorini. Il Papa ne offerse 150.000 riservandosi di ritirare l’offerta se la richiesta del Delfino fosse risultata troppo alta. Nel 1339 commissari del Papa e del Delfino ispezionarono le terre oggetto dell’offerta di vendita. Le due commissioni lavorarono cinque mesi per stabilire il valore dei beni e visitarono tutte le castellanie del brianzonese. Le perizie sono state conservate negli archivi vaticani e delfinali. L’elaborato delle commissioni fornisce una particolareggiata descrizione della vita trecentesca nelle Alpi poiché riporta, oltre alla descrizione dei castelli, la natura dei censi e delle decime, l’enumerazione dei magazzini per i cereali e dei profitti degli alpeggi, i diritti su forni e mulini, gli emolumenti di giustizia e di tutto ciò che comportava l’amministrazione della signoria.
Nella valle di Bardonecchia i commissari giunsero il primo maggio 1339 per visionare i due castelli: quello consortile e quello di Bramafam che nel documento viene così descritto: «Il castello di Bardonisca, detto di Bramafam, è situato su un monticello assai alto ed è nella forma quasi quadrato ... due torri merlate di nove tese d’altezza sul lato occidentale ... una cinta merlata a difesa del portale d’ingresso».
Le torri erano alte sedici metri, di cui una rinforzata da una massicciata di cinque tese (nove metri). Una delle due era rotonda e quindi costruita in epoca successiva rispetto all’altra. Le torri rotonde, che offrivano minor superficie ai colpi, rappresentavano una soluzione più avanzata rispetto a quelle quadrate e furono adottate più tardi rispetto quelle tradizionali. Tra le torri si trovava un edificio a due piani composto da una sala e due camere, tutte munite di camino, al piano terra, ed altrettante camere a quello superiore. Completavano la struttura un mulino a braccia, un forno e la cisterna per l’acqua piovana. Un minuscolo recinto esterno, di circa 30 metri, delimitava lo spazio destinato a “basse cour” e serviva come difesa primaria. Nel castello vi era anche una prigione dove nel 1446 venne segregato Marcellin Barbier di Nevache che si era rifiutato di prestare giuramento al Delfino Luigi II, il futuro re Luigi IX.
Si tramanda che sotto il castello delfinale fossero collocate tre forche in località che ancor oggi ne ricorda la loro posizione nel nome “la Fourcia”. Non risulta però che siano state utilizzate. Un’inchiesta del 1375 riporta le sentenze capitali attuate in Bardonecchia di cui si era tramandato il ricordo. Sono citati solo due casi: uno di un ladro e vagabondo, che fu impiccato al Colle della Scala, l’altro di un “ribaldo”, che fu annegato nella Dora alla presenza di Guillaume de Bardonnèche quale cosignore del luogo. Secondo alcuni autori il toponimo non starebbe ad indicare la presenza di forche ma deriverebbe dal termine “furcia”, che nel Medioevo indicava la casaforte od un edificio fortificato e quindi il castello delfinale.
Dall’inchiesta papale risultò l’esosità della richiesta per cui l’offerta di vendita del Delfinato al Papa non ebbe seguito ed il territorio fu successivamente acquistato nel 1349 dalla Corona di Francia divenendo appannaggio degli eredi al trono che assunsero il titolo di Delfino.
Nell’atto di cessione Bardonecchia è citata due volte: nell’elenco dei feudi, per il castello inferiore, ed in quello dei castelli di patrimonio del delfino per il superiore. Nel 1377 il delfino Carlo III ottenne dal Cardinale Anglic di ricorrere ad una tassa sugli ecclesiastici che permise di ristrutturare diversi castelli tra cui quello di Bramafam. Nel 1417-18 a causa della crisi anglo-borgognona il castello, che disponeva solo di due bombardelle petriere, fu completamente riarmato. Comparirono così in Bardonecchia per la prima volta le armi da fuoco come dotazione difensiva. Su ordine del balivo Goffréy d’Arces il castellano ClaudeMolet, con la consulenza delmastro ingegnere Guigue Richard, acquistò le armi d’asta a Pinerolo, le asce da guerra a Lione, le armi da getto a Thonon ed Avignone, e le artiglierie a Grenoble. Il castello divenne così un avamposto a protezione e controllo dei passaggi minori verso la Moriana.
Il 10 luglio 1484 Pierre de l’Eglise, detto Forme, vice-intendente per le fortificazioni del Delfinato, «... adcessit ad castrum delphinale loci, dictum Bramafam, pro eundem castrum visitandum». Era accompagnato dal magistrato Antoine Monachi, segretario della Corte dei Conti del Delfinato, da Gabriel de Bardonnèche, daMichel, Jean e George Roude, carpentieri delMelezet, e dal notaio Blanchard che redasse il processo verbale conservato negli Archivi dipartimentali dell’Isère. Dovevano rendersi conto dello stato dei lavori, eseguiti dagli Roude, ordinati il 12 ottobre 1481 da Anthoine Richard a quel tempo incaricato delle opere del Delfinato, per un importo di 76 fiorini e 4 grossi. Dalla relazione si deduce trattarsi soprattutto di rifacimento dei tetti. Il sopralluogo dette buon esito. Si approvarono i lavori compiuti e si ordinò ai carpentieri di finire ogni cosa fissando la conclusione dei lavori, pena una multa di 100 marchi d’argento, per la festa di San Giovanni Battista dell’anno seguente.
Durante le guerre di religione, nel pieno Cinquecento, i castelli di Bardonecchia finirono per costituire posti avanzati di difficile ed oneroso presidio, col rischio di essere conquistati dalle fazioni ugonotte. Mentre è noto il fatto d’arme riguardante la “tur d’Amun”, non si conoscono simili episodi che abbiano coinvolto il castello di Bramafam. Tuttavia l’aumento delle potenzialità delle artiglierie ne ridusse sensibilmente l’importanza rendendolo inadeguato alle esigenze delle nuove strategie militari tanto che, per evitarne la conquista da parte delle forze avverse, Carlo IX con regio decreto del 1574 ne ordinò la demolizione eseguita dal Mures, luogotenente di Monestier, ed i ruderi diventarono cava per materiali.
Guido Ambrois

BARDONECCHIA SULL’ONDA DEI RICORDI
Certamente tante persone come me, non più giovani, ricordano una Bardonecchia diversa da quella di oggi sia perché precedente alle innumerevoli nuove costruzioni sia per mentalità ed usanze. Negli anni del dopoguerra la villeggiatura, a differenza di oggi, durava parecchi mesi e, poiché le macchine erano poche, i villeggianti giungevano in treno, favoriti dalla fermata obbligatoria di tutti i treni, anche i rapidi, per il controllo doganale.
La mamma di una mia amica mi raccontava che era arrivata a Bardonecchia dalla Sicilia non per le vacanze ma perché il marito era stato mandato come Direttore della Dogana a Modane e lei, giovane sposa, l’aveva seguito. Lasciata la sua isola solatia, senza conoscere il francese, si era ritrovata sola fra le montagne in una località spesso innevata e fredda. Preferì, quindi, trasferirsi dalla Francia a Bardonecchia da cui ogni mattina il marito si recava a Modane.
Tanti erano gli impiegati alla Dogana e così tanti i ferrovieri per i quali c’era la “Casa dei ferrovieri”. Alla Stazione era presente una figura ormai scomparsa: il facchino, che indossava pantaloni, casacca e berretto neri. Data la lunga durata della villeggiatura, il bagaglio era considerevole e spesso il necessario era spedito in un baule che il facchino portava a destinazione.
Il portabagagli di Bardonecchia vive in uno dei “Racconti del Maresciallo”, pubblicato nel 1967 e presentati in televisione, scritti da Mario Soldati, che soggiornò spesso nella nostra bella conca. Il racconto intitolato “Un sospetto” lascia il caso insoluto. Anche se i personaggi sono inventati, l’ambiente appare reale con la stazione, i binari dello scalo merci, la Cantina d’Asti (una vecchia bottiglieria attigua al caseggiato dei ferrovieri) dove
si giocava a scopone e tressette o al bigliardo e si centellinava un po’ di vino. Il maresciallo del racconto si era recato a Bardonecchia (che è indicata solo con la B. ma non ci sono dubbi che si tratti della nostra Bardonecchia) per rimpiazzare durante le feste natalizie il collega in licenza. Per così pochi giorni non ebbe il tempo di risolvere il caso. Racconta:
«B., come sai, è un vecchio e grande paese che è diventato un centro di prim’ordine per gli sport invernali, ed è anche un paese di frontiera. Chi ci ha più da fare, là, specialmente nella buona stagione, è la Finanza. Avevo cenato in caserma col brigadiere, ed ero uscito a fare quattro passi. Conoscevo benissimo B.,ma erano passati molti anni dall’ultima volta che c’ero stato. Insieme al brigadiere, feci un giretto a vedere le nuove costruzioni. Tra le pinete, in mezzo alle “giaire” dei torrenti, sono venuti su, come funghi, veri e propri grattacieli!
Era la settimana prima di Natale ed era, se ben ricordo, un sabato sera. Sciatori e villeggianti invernali andavano su e giù per la lunga strada diritta tra Borgovecchio e Borgonuovo, passeggiando e chiacchierando e pareva Via Roma».
E ricordo pure che la neve durava quattro o cinque mesi ogni anno. In quei tempi sovente si trascorreva il dopocena in chiacchiere con i vicini e in alcuni periodi, noi che abitavamo in Borgonuovo, uscivamo per recarci alla Cappella di Maria Ausiliatrice, la “Chiesetta” di Via Montenero, per partecipare alla Benedizione. Erano numerosi i fedeli e i ragazzini si recavano per tempo per potersi accaparrare alcuni incarichi considerati di prestigio nel servizio all’altare. Tra gli altri ricordo Luigi De Nicola, chiamato comunemente Gigi, divenuto farmacista come il padre, che morì prematuramente per una grave
malattia. La fede, semplice e sicura, era ben radicata, prima degli anni in cui si mise tutto in discussione, creando disorientamento e il “vuoto” in cui purtroppo viviamo oggi: i valori del passato, criticati ed annullati, non sono stati sostituiti con nuove certezze.
Anche l’aspetto di Via Montenero era diverso poiché le costruzioni erano graziose ville immerse in ampi parchi. Gli eredi le trasformarono negli edifici di oggi, più grandi e privi di quell’aura romantica che aleggiava nel passato. Non esistevano le strade che fiancheggiano il torrente, né quella pedonale che va dal ponte della Stazione alla Piazza del Municipio né quella per le macchine sull’altra sponda, dalla rotonda davanti alla caserma della Polizia, fino al ponte più in alto a Borgovecchio. Il torrente è stato arginato e il ponte presso la chiesetta è stato rifatto dopo che era stato distrutto dalla forza dell’acqua durante un periodo di piogge intense.
Nel libro “Ultime conversazioni” dedicato al grande Papa emerito Benedetto XVI, il Pontefice elogia il padre carmelitano Swoboda, viennese. Il nome mi ricorda la signora Sofia Swoboda che, pure di Vienna, portata in Italia dalla guerra, aveva sposato il Maggiore Attillo Pegoraro, che aveva salvato a rischio della propria vita. Profondamente religioso, il Maggiore fu Presidente degli uomini di Azione Cattolica e Priore di Sant’Ippolito.
Come la signora Swoboda anche unmedico austriaco fu portato dalla guerra nella nostra Valle. È il dott. Kreiner, che, sopravvissuto alla terribile campagna di Russia, fu mandato a Oulx presso l’ospedale divisionale. Poiché egli curava tutti, anche civili e sacerdoti, fu allontanato dal Comando tedesco. Dopo la guerra si stabilì a Oulx con la sposa Nilde. Fu stimato e apprezzato da tutta la Valle.
A Bardonecchia ricordo anche altre figure del passato: il calzolaio Brogio che vendeva il latte, Luigina che portava i telegrammi, l’accalappiacani che durò poco, il Cav. Meduri e Suor Anselmina.
Il calzolaio Riccardo, prima di trasferirsi al di là del passaggio a livello, abitò nel cortile della casa di Via Medail presso Via Montenero. Era gentile e ben utile, in quanto le scarpe si facevano riparare e in quelle di noi bambini metteva dei ferretti sulle punte e sui tacchi, nei punti di maggior consumo. In giardino avevamo un grande melo centenario e Riccardo, agilmente, usando una lunga scala, ci aiutava a raccogliere le “ranette” così gustose che ame piacevano soprattutto quando diventavano “rupie”, cioè grinzose, in quanto avevano una dolcezza particolare, non dolciastre.
La nonna mi raccontava che un tempo c’era anche una grossa vite che fruttificava. Non era l’unica poiché leggo in “Bardonecchia e il suo Pé du Plan” di Augusta Gleise Bellet che in un «piccolo giardino adiacente ad una trattoria non lontana dall’imbocco del Traforo ferroviario del Frejus, cresceva una vite di uva bianca dolcissima».
Brogio aveva una stalla al Borgovecchio, dove, prima di stabilirsi in Via Medail al Borgonuovo, due sorelle avevano aperto il ristorante “Etable”, nome che significa “stalla”. Brogio mi appare come un personaggio scolpito nel legno: era vestito di velluto marrone, di corporatura asciutta, con il naso lungo un po’ rubizzo. Andavo da lui per comprare il latte quando non esistevano le confezioni attuali.
La donna che portava i telegrammi era Luigina, piuttosto piccola e robusta, sgraziata nei modi ed esplicava il suo incarico con grande solerzia e precisione.
Il Cav. Francesco Meduri, quando era aiutante di battaglia, nel 1941, era stato decorato dal Principe Umberto di Savoia, come appare in una foto del libro “Il vallo Alpino nella conca di Bardonecchia” di P.G. Corino. Era chiamato “il marescial d’la côa” (della coda) poiché in alcune occasioni portava l’elmo ornato da una coda di cavallo. Nell’opera citata “Bardonecchia e il suo Pé du Plan” il Cavaliere è ricordato come abitudinario del dehor dell’Albergo Sommeiller in Piazza Statuto, dove si incontrava con il Commissario dott. Messina, per disputare diatribe accese in quanto di idee politiche opposte, monarchico l’uno e repubblicano l’altro. Io invece, in anni meno lontani, lo ricordo da solo seduto al dehor dell’Albergo Tabor, nella via della Stazione.
E rammento Suor Anselmina, la Suora francescana che faceva tanti passi per recarsi a fare le iniezioni. Era anche venuta dalla mia mamma che, mentre l’aspettava, faceva bollire la siringa, poiché non esistevano le attuali monouso. Avevamo un cagnolino. Alla suora piaceva stuzzicarlo, ma era un divertimento che lui non gradiva, tanto che abbaiava animatamente ogni volta che la vedeva, anche da lontano.
Il cane, un bastardino vivace, simpatico ed ubbidiente, ci era stato dato dalla signora Bassi che abitava presso il “Laghetto”, dove, al posto dell’attuale, esisteva una costruzione in legno dotata di bar con calciobalilla e dove d’estate affittavano le barche, veramente dei barconi così pesanti che, pur remando in due con un remo ciascuno, ci venivano le vesciche alle mani. D’inverno il laghetto si trasformava in una splendida pista per pattinare. Il pattinaggio mi piaceva tantissimo e lo preferivo allo sci.
In quegli anni nevicava più di oggi. C’era una pista per lo sci da fondo che si snodava da Oulx a Beaulard, al Bramafam, tra radure e pinete, lungo l’antico tracciato della strada che passava sul versante opposto dell’attuale, toccando le Cappelle del Coignet, dell’Ausiliatrice e di San Sisto al Pian del Colle. È superfluo descrivere il fascino, la bellezza e la ricchezza spirituale della montagna.
Mi piace ricordare l’amore di Papa Giovanni Paolo II e desidero anche accennare l’amore per il Creato da parte di Papa Benedetto XVI. Ho letto che il Papa emerito, secondo il suo segretario, è una persona straordinaria, di elevatissima cultura, un gigante di profondità e di sensibilità rara e ama la Natura. Passeggiando nei giardini vaticani, recitando il Rosario, aveva notato un merlo bianco, lo fece fotografare e le foto furono pubblicate su “L’Osservatore Romano”. Secondo Papa Ratzinger il rispetto per l’uomo ha come logica conseguenza anche il rispetto per la natura. Un’attenzione al Creato condivisa anche dal Papa attuale nell’Enciclica Laudato si’.
A proposito del merlo bianco ho letto che è una rarissima eccezione anche se qualche caso di albinismo si trova. Nel mio giardino di Susa vive un merlo che ho chiamato “Juve” poiché è bianco e nero.
Anche i passeri, sebbene più timorosi deimerli, ci rallegrano. Ricordo gli uccellini che in gran numero si radunavano sul balcone in cui la signorina Laura Bizzarri metteva il becchime. Per i bardonecchiesi Laura non ha bisogno di presentazione, sappiamo che amava e conosceva la natura: i monti, gli animali, i fiori, i minerali. Gli uccellini le procuravano gioia, forse perché, come scrive il Leopardi, sono essi lieti, come dimostrano con il loro canto e la loro vivacità.
Non ci rimane che ringraziare il Signore per il dono inestimabile del Creato e di tanta Bellezza.
Giulia Tonini

LA STRADINA DELLE ROSE
La prima volta me ne avevano parlato con paura e pena. Di lassù, parecchi anni prima, lungo quel grande tubo aperto in cui l’acqua scorre fino al torrente in basso, era caduta una bambina per recuperare la bambola sfuggitale dalle braccia. La madre le si era gettata dietro a sua volta per salvarla: così l’acqua aveva trascinato giù tutte e due al torrente, così che erano morte entrambe battendo la testa sulle pietre.
Sulla strada piana che si appoggiava alla montagna erano nate tante piante di rose.
Così mi raccontava la zia Melania che aveva fatto per tanti anni la maestra di sci, consigliandomi di portare a spasso su quel viottolo la mia bambina che era piccola piccola e incominciava a fare i primi tentativi per camminare. Sempre la stessa zia Melania (aveva sposato uno zio di mio marito, professore all’Università) mi aveva suggerito di passare il mese di agosto alla Genzianella, in Borgo Vecchio, che è la parte più antica e più bella, a mio avviso, della cittadina, quella dove si erano stanziati i primi abitanti, sotto la protezione della montagna, e perciò usufruiva di maggior sicurezza.
Io avevo seguito questi consigli. Dopo essermi sistemata nella pensione (che non è cambiata di molto), un giorno col passeggino avevo attraversato il fiume e avevo iniziato a percorrere la stradina prima della quale non esistevano le costruzioni attuali, e che in quei mesi caldi era particolarmente asciutta. I noccioli incominciavano ad elevarsi a destra e a sinistra, anche se erano più bassi di oggi. All’inizio della via non esistevano ancora le costruzioni di oggi, ma solo qualche pianta fiorita. Si attraversava un ruscelletto – non
ancora il tremendo corso d’acqua di cui mi avevano parlato – e non si incontrava quasi nessuno. Gli alberi, benché più bassi di oggi, ombreggiavano bene. Su un alto nocciolo, anni dopo, mia figlia, ormai cresciuta, avrebbe contribuito a costruire una bella casetta, dove cominciavano i rami: una casetta con porta e finestrina, in cui lei e i suoi amici si sarebbero divertiti a lungo.
Allora mi era parso il luogo ideale in cui cominciare a farla camminare. La tenevo saldamente con una sorta di briglia che poi mi avrebbe rimproverato, quando avevo sbadatamente incominciato a parlargliene. Incominciò ad appoggiarsi al passeggino, provando a mettere un piede dopo l’altro, e pian piano mi pareva si facesse più sicura. Quando si fermava le facevo annusare un petalo di quelle rose che avevano dato il nome al viottolo, facendo attenzione perché non lo mangiasse.
Non c’erano certo panchine, allora. Quando si raggiungeva qualche masso, si considerava comodo sedercisi sopra, mentre la bambina si riposava nel passeggino. Sugli alberi maturavano le nocciole. Sulla stradina, solo le piccole rose.
Con gli anni sarebbe passata attraverso varie fasi, come quella di percorso ginnico atletico: avrebbero piantato numerosi attrezzi da palestra. La gente provava ad esercitarsi sulle parallele, sugli assi di equilibrio, su delle specie di spalliere. Vociavano, si incoraggiavano fra loro.
Ma in quei giorni lontani regnava solo un dolce silenzio, in mezzo ai profumi dei fiori.
Neppure si potevano immaginare le statue lignee che sarebbero state scolpite in vari concorsi annuali e che  adesso accompagnano il percorso. Si possono leggere quasi tutte le targhe con nomi e date applicati alle opere. Ma io ricordo solamente che proprio là, in mezzo ai fiori, mia figlia ha pacificamente imparato a camminare.
Elena Cappellano