24/08/19

Celebrazioni estive alle CAPPELLE DI MONTAGNA - 2019



Gli otto timbri, per chi avrà percorso tutti i pellegrinaggi
2 LUGLIO - Visitazione al Monserrato

13 LUGLIO San Benedetto


















20 LUGLIO
Santa Margherita


22 LUGLIO
Santa Maria Maddalena















25 LUGLIO 
San Giacomo
26 LUGLIO Sant'Anna






















10 AGOSTO Santa Chiara

23/08/19

Angolo della Cultura (2018) Pellegrinaggio A Roma (parte II)



PELLEGRINAGGIO A ROMA (2ª PARTE)

II pellegrinaggio alle tombe dei martiri,
tra il II e il IX secolo
A Roma, già dai primi tempi della diffusione del cristianesimo, la visita alle tombe dei martiri fu un motivo di devozione e un’occasione per fortificare la fede. Molti studiosi ritengono che la base del sorgere del Pellegrinaggio alle Catacombe,1 derivi dalla consuetudine degli abitanti di Roma, di onorare i propri defunti: chi andava presso la tomba di un parente, non mancava di soffermarsi vicino a quelle dei martiri sepolti in quel complesso cimiteriale; quando con il passare delle generazioni, si affievolì il ricordo di quel defunto, rimase l’abitudine di recarsi presso le sepolture dei martiri, soprattutto nel loro dies natalis,2 per invocarne la protezione.
Inizialmente, i cristiani furono sepolti nelle stesse aree funerarie usate dai pagani, ma ben presto sorse in loro il desiderio di avere delle aree proprie, per continuare, dopo la morte, il loro senso di comunità, per celebrarvi i riti funerari di suffragio e per garantire una sepoltura dignitosa ai fratelli più poveri. Dato che leggi romane, proibivano di seppellire i cadaveri all’interno della città,3 le tombe erano poste all’esterno delle mura, prevalentemente lungo strade. Le famiglie facoltose che possedevano terreni propri lungo le vie o che avevano la possibilità di acquistarli, vi facevano erigere delle tombe monumentali, sulle cui pareti esterne, erano poste le iscrizioni che elencavano le cariche ricoperte in vita, dai vari personaggi inumati.4 Il costo dei terreni intorno alla città, era molto alto; per ovviare a questo, coloro i quali appartenevano al ceto medio, spesso si riunivano in associazioni di mestiere e comperavano uno spazio su cui costruivano un colombario, un edificio che aveva molte cellette, in cui disponevano le urne con le ceneri dei defunti. Lo stato romano aveva disposto che per i più poveri, che non potevano permettersi una sepoltura individuale, per evitare che i corpi rimanessero insepolti, ci fossero delle fosse comuni; qui finivano le salme di molti cristiani, che, in maggioranza, appartenevano alle classi più umili. Questo fatto, era causa di dolore per i Cristiani che intendevano salvaguardare l’integrità dei loro resti mortali in attesa della resurrezione; è da notare che, mentre i pagani chiamavano gli spazi funerari “necropoli”, città dei morti, i cristiani, li chiamavano “cimiteri”,5 cioè luoghi dove i defunti riposano in attesa della resurrezione.
Il primo cimitero comunitario fu quello che sorse, agli inizi del III secolo, tra la via Ardeatina e la via Appia, quando, il papa Zefirino incaricò il diacono Callisto di predisporre un’area in cui i Cristiani potessero trovare sepoltura;6 in seguito, ne vennero predisposti altri, su terreni donati da benefattori o acquistati con il contributo dei fedeli; a metà del IV secolo erano oltre sessanta, dislocati lungo le vie che, dalle mura, si inoltravano nel suburbio. Il nome delle aree funerarie, era quello della persona che aveva donato il fondo o quello della località in cui si trovavano, ma molto spesso quest’ultimo era sostituito dal nome dei martiri che vi erano sepolti. Questi cimiteri, avevano una parte a cielo aperto e un’altra sotterranea: infatti, per sfruttare al meglio lo spazio, nel sottosuolo, vennero scavati più piani di gallerie,7 lungo le cui pareti si ricavavano i loculi, sovrapposti in pile anche di sette; qui le salme erano deposte avvolte in un lenzuolo, prive di ornamenti e di corredo funerario; la chiusura era effettuata mediante tegole, lastre di pietra o di marmo di reimpiego. Per parecchi decenni, le tombe rimasero anonime, poi, ad iniziare della seconda metà del III secolo, dapprima alcune, poi sempre in maggior numero, le chiusure recarono il nome del defunto, gli anni in cui era vissuto e, talvolta, la professione esercitata (v. fig. 1).

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1 Il termine “catacomba” è di uso medievale: i Romani le chiamavano cryptae e sono quel che resta delle aree funerarie dove, per oltre tre secoli, furono sepolti i cristiani di Roma.
2 Per i cristiani il dies natalis, è il giorno della morte, perché la nascita in Dio.
3 Già una legge delle XII Tavole, prescriveva che, all’interno dell’Urbe, non ci fossero né cremazioni né sepolture; il divieto, dovuto a norme igieniche, era giustificato dal fatto che la città, sotto la protezione degli dei superi, non poteva accogliere le salme, che appartenevano agli dei inferi.
4 I passanti, leggendole, ne rievocavano la memoria e quindi una certa forma di riviviscenza.
5 Dal greco κεɩμαɩ, io giaccio, riposo.
6 Questo complesso funerario, prese poi il nome di “Catacombe di S. Callisto”.
7 II sottosuolo della zona di Roma, è costituito da tufo, una roccia vulcanica che può essere scavato abbastanza agevolmente e che dopo essere stato lavorato, da una buona garanzia di stabilità.
Fig. n. 1: Lastra tombale della Catacomba Ad Decimum, al Decimo Miglio della Via Latina, Grottaferrata (Roma); metà del IV sec.: Proficius lect(or) et extorc(ista)/ Istercoriae coiugi b(ene) m(erenti)/se vivofec(it} cum q(ua) v(ixit) a(nnos) XXIIII m(enses) VI d(ies) XXVI; ICUR N S. VI715721: Proficio, lettore ed esorcista, da vivo fece a Istercoria, moglie benemerita (questa tomba), con la quale visse ventiquattro anni sei mesi e ventisei giorni. Come spesso accade, non sono ricordati gli anni vissuti dalla moglie, ma quelli in cui era vissuta con il marito. Proficio ricopriva la carica di “lettore” delle Sacre Scritture, durante le funzioni religiose, nonché, in altri momenti, quella di esorcista, un altro dei sette gradi della gerarchia ecclesiastica di quei tempi. Si noti il nome Istercoria: è uno dei nomi ingiuriosi che i cristiani dei primi secoli, si davano, come forma di penitenza (collez. G. Bava).

Già dopo le prime persecuzioni, i vescovi di Roma, avevano promosso una liturgia che si svolgeva nei pressi delle tombe dei martiri e che aveva lo scopo di esaltarne la figura e di portarla ad esempio; per questo gli Editti di persecuzione degli imperatori del III secolo, e in particolare quelli di Valeriano, vietavano ai Cristiani, pena la morte, di frequentare i cimiteri. Il giorno 6 agosto dell’anno 258, il papa Sisto II, sorpreso mentre stava officiando in quello di S. Callisto, fu ucciso dalle guardie imperiali, che decapitarono anche i sei diaconi che si trovavano con lui e arrestarono il protodiacono Lorenzo, che fu martirizzato nei giorni seguenti.
La libertà di culto concessa da Costantino ai Cristiani, nell’anno 313 e i provvedimenti successivi presi a loro favore, contribuirono ad aumentarne notevolmente il numero; vi furono le conversioni di massa, cui però fece seguito un certo lassismo dei costumi; contemporaneamente, alcune famiglie di rango senatorio, si adoperavano per un ritorno del paganesimo.
Il Papa Damaso, durante il suo pontificato (a. 368-384), per dare un segno di unità alla comunità dei Cristiani di Roma, per rinsaldare nella fede quelli che durante il sia pur breve regno dell’imperatore Giuliano l’Apostata (a. 361-63), avevano tentennato, promosse e favorì il culto dei martiri. Si rifece ai documenti di archivio della Chiesa Romana, alle tradizioni ben attestate e alle testimonianze di chi aveva certezza del modo in cui era avvenuto quel martirio; eliminò quelle figure popolari, oggetto di culto spontaneo, per le quali mancavano i requisiti per un riconoscimento da parte dell’autorità ecclesiastica. Esaltò le figure dei martiri e il loro sacrificio, proponendoli come esempi; monumentalizzò le tombe che ne racchiudevano le spoglie, le abbellì e le ornò di lapidi in cui si descrivevano le circostanze del martirio; vicino a quelle che si trovavano nelle gallerie, aprì dei lucernari e creò degli spazi in cui i fedeli potessero sostare in preghiera; fece aggiungere delle scale discesa e di risalita e, per regolare il flusso dei pellegrini, ideò dei percorsi sotterranei a senso unico.
Verso la fine del secolo IV, nel suburbio di Roma, c’erano circa sessanta cimiteri, dislocati lungo le vie consolari, Appia, Ardeatina, Ostiense, ecc. (v. nota n. 3).
In quegli stessi anni, S. Girolamo, giovane studente, come racconta egli stesso,8 la domenica mattina, aveva l’abitudine di recarsi, con i suoi compagni, in una specie di “tour”, a pregare presso le tombe degli apostoli e dei martiri.

8 Cfr. Ezechiele, XII, 40.

Fig. n. 2: Pianta di Roma e del suburbio (fine sec. IV). La città, già dalla metà del III secolo, era stata suddivisa in sette regioni ecclesiastiche, che ricalcano, a due a due, quelle 14, volute dall’imperatore Augusto (fig. 2). In ognuna di esse è presente un luogo per il culto, in cui officiano i presbiteri, coadiuvati dai lettori, nella liturgia e nella catechesi; vi erano poi i diaconi, che avevano funzioni amministrative: curavano i beni della chiesa e provvedevano all’assistenza dei poveri, degli orfani e delle vedove. Ogni regione aveva, di sua competenza, uno o più cimiteri, che si trovavano tutti all’esterno della città, lungo le vie consolari, Appia, Ardeatina, Ostiense, ecc. (v. nota n. 3) (collez. G. Bava).

9 Cfr. Aurelio Prudenzio, Peristephanon, XI.190.



Fig. n. 3: Contesto topografico della Basilica di S. Paolo: si noti il percorso della Via Ostiense, che il quella zona, fino all’anno 390, formava una biforcazione (collez. G. Bava).











Il Pellegrinaggio alla Basilica di San Paolo
San Paolo fu martirizzato verso l’anno 67, durante la persecuzione voluta da Nerone; secondo la tradizione, il suo discepolo Timoteo, ne fece trasportare il corpo dalla località Ad Aquas Salvias, dove era avvenuto il martirio, ad una necropoli poco distante, al secondo miglio della via Ostiense; la sua tomba, come quella di San Pietro, divenne ben presto oggetto di venerazione e meta di pellegrinaggi; intorno alla metà del II secolo, fu monumentalizzata con la costruzione di un’edicola, alta circa cm. 150, protetta da un tetto a due spioventi; nei primi anni del III secolo, il diacono Gaio la chiamò Trofeo11 e ne indicò l’ubicazione. Qui, Costantino fece erigere una basilica a tre navate, in cui la tomba di San Paolo, racchiusa in un parallelepipedo sormontato da una croce dorata, si trovava in prossimità dell’abside, in una posizione decentrata; il pavimento era destinato ad accogliere le spoglie dei defunti. Le dimensioni di questa basilica risultarono di molto inferiori a quelle di San Pietro; i motivi di questa differenza, possono essere dovuti, sia al fatto che lo spazio per la costruzione era limitato, per la vicinanza del corso del Tevere e della via Ostiense (v. fig. 3), sia perché l’imperatore volle dare il massimo risalto alla Tomba di Pietro, il Principe degli Apostoli, a cui si sentiva accomunato per dignità e importanza.

10 Papa Liberio (352-366), aveva affermato il Primato della Chiesa di Roma, Sedes apostolica; il fondamento teologico del primato, è indicato nel passo di Matteo 16,17-19. Secondo Papa Darnaso (366-384), il primato e l’autorità della Chiesa Romana, non si fondano su alcuna costituzione conciliare, ma direttamente sulla parola del Signore, la vox Domini. Nell’anno 386, il Concilio, tenutosi a Roma, affermava il primato del vescovo di Roma.
11 Dal greco tropaion, trofeo, segno della vittoria, ottenuta con il martirio; cfr: Eusebio da Cesarea, Historia Ecclesiastica, 2-25; 5-7.

 Fig. n. 4: Sotto l’attuale altare papale, si trova la lastra tombale12 (m 7,12x1,27), formata da più pezzi e che porta l’iscrizione PAULO APOSTOLO MART; è del IV-V secolo; i fori che presenta ricordano l’uso romano di versare liquidi o profumi nelle tombe. Accanto alla lettera “A”, è presente un segno: è una foglia di edera stilizzata, che dal periodo del Tardo Impero, nelle lapidi non ufficiali, aveva la funzione di staccare le parole scritte in stampatello maiuscolo; qui, è una decorazione, un abbellimento (collez. G. Bava).

La Basilica venne consacrata, il 18 novembre 324, da papa Silvestro I, ma si rivelò ben presto inadeguata per accogliere i numerosissimi pellegrini, perciò nell’anno 391, per volere degli imperatori Teodosio, Graziano e Valentiniano II, venne demolita e ricostruita in dimensioni maggiori, ma con orientamento opposto; per la necessità di poter usufruire di uno spazio più ampio, il corso della via Ostiense, era stato rettificato. Era a cinque navate, divise da 80 colonne di spoglio, ma eguali in altezza ed era preceduta da un ampio quadriportico. Fu consacrata nel 390 dal papa Siricio e completata nel 395 dall’imperatore Onorio. Galla Placidia, la figlia di Teodosio, verso l’anno 440, commissionò la costruzione dell’arco trionfale e la sua decorazione musiva; durante il papato di Leone I (440-461), le navate furono decorate da mosaici con scene dell’Antico Testamento e degli Atti degli Apostoli; in questo periodo, iniziò la serie dei tondi con i ritratti papali, cominciando da quello di san Pietro.

Le Basiliche circiformi
Nella prima metà del IV secolo, per il volere di Costantino e dei Papi, furono costruiti degli edifici funerari, che presentavano una particolare planimetria, che richiamava quello dei circhi romani;13 infatti, in queste basiliche, le navate laterali continuavano nell’abside, seguendone la curva. Sorsero nel suburbio, presso quei complessi cimiteriali, in cui si trovavano le tombe dei martiri più cari ai Romani, Lorenzo, Sebastiano e Agnese; avevano la funzione di grandi cimiteri coperti, nel cui pavimento e lungo le pareti, su diversi ripiani, potevano trovare posto migliaia di sepolture; soddisfacevano inoltre, il desiderio dei fedeli di essere sepolti vicino ai martiri. All’esterno, lungo le pareti, si allinearono molti mausolei, le tombe delle famiglie più illustri che si erano convertite. Preceduti da un quadriportico, si presentavano come degli immensi capannoni; le loro coperture, molto ampie, crollarono nei secoli successivi, quando la manutenzione, che era loro necessaria, venne a mancare. Accanto a queste basiliche, vi erano le triclia, strutture di ricezione, spesso in forma semplice, come i pergolati, talvolta invece, in muratura, con arcate e bancali lungo le pareti; qui si celebravano i refrigerio, i pasti comunitari che si tenevano sia dopo le esequie, che all’ottavo, al trentesimo giorno dopo la morte e nel dies natalis

12 Costantino non solo si riteneva isapostolos, cioè pari in dignità agli apostoli, ma, come imperatore, a quella di s. Pietro, il principe degli apostoli; quindi, la basilica vaticana, era di molto maggiore per dimensioni, dovendo rispecchiare la preminenza delle due figure e degna di confrontarsi con i grandi edifici romani destinati al pubblico, quali gli anfiteatri, i circhi e le terme.
13 La parete di ingresso era obliqua rispetto all’asse principale, con evidente richiamo all’inclinazione che negli edifici circensi, aveva la linea di fondo, dove vi erano i punti di partenza, i carceres. L’eguale planimetria, ricordava che i giochi del circo, erano nati come cerimonie in onore dei defunti.
Fig. n. 5: I ruderi della basilica circiforme e il mausoleo di Costantina, visti dall’alto (collez. G. Bava).

Pianta
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La Basilica detta Memoria Apostolorum
Tra il III e il IV miglio della via Appia, c’erano un avvallamento del terreno e delle cavità, dovute ad antichi sfruttamenti di cave di pozzolana; la zona era chiamata “Ad Catacumbas”;14 in questa zona, l’imperatore Traiano (a. 96-117) permise che i più poveri, potessero trovare sepoltura; ben presto lo spazio venne occupato sia da tombe di pagani che di cristiani. In seguito, vi furono costruiti dei colombari, uno dei quali reca dei segni che richiamano i simboli cristiani. Nell’area adiacente, nel III secolo, sorse un cimitero, formato dal sopratterra e dalle gallerie; qui, verso l’anno 330, fu costruita la basilica circiforme, intitolata “Memoria Apostolorum”, in ricordo del culto lì praticato, già dalla metà del III secolo, a San Pietro e a San Paolo; come le altre basiliche circiformi era a tre navate e preceduta da un grande atrio quadrangolare; concepita come un grande cimitero coperto, vi trovarono sepoltura, migliaia di cristiani. Era adiacente all’area funeraria, nelle cui gallerie, erano stati sepolti numerosi martiri, tra cui Eutichio e Sebastiano. Quest’ultimo, militare di origine narbonese, fu martirizzato durante la persecuzione di Diocleziano; il suo culto si diffuse rapidamente e la basilica, poi, vox popuìi, intitolata al suo nome, divenne meta di continui pellegrinaggi. Nei secoli successivi, a causa di crolli, solo alcune gallerie, collegate alla basilica, rimasero percorribili e furono visitate per tutto il Medioevo; per questo, il toponimo Ad Catacumbas, passò ad indicare anche gli altri cimiteri cristiani sotterranei.

La basilica di San Lorenzo
L’arcidiacono Lorenzo, fu martirizzato il 10 agosto dell’anno 258, durante la seconda persecuzione voluta dall’imperatore Valeriano; il suo corpo fu deposto nel cimitero ipogeico di Ciriaca, lungo la via Tiburtina. La testimonianza di fede proclamata con il martirio e l’atrocità della sua esecuzione, fecero sì che Lorenzo divenisse oggetto di grande venerazione e che il suo sepolcro fosse meta di continui pellegrinaggi. Qui, verso l’anno 325, Costantino, fece erigere una basilica; la tomba del martire, fu decorata di marmi preziosi e recintata da plutei; inoltre, per facilitare l’accesso dei devoti, fu costruita una scala doppia. Il poeta Prudenzio, che all’inizio del V secolo visitò la catacomba, si rammaricò per l’eccessivo numero di pellegrini presenti nelle gallerie.15

14 Ad Catacumbas, cioè presso le cavità; il toponimo Catacumbas è formato dalla preposizione greca katà (presso) e dalla parola kymba (avvallamento).

Fig. n. 6: Mosaici della volta del Mausoleo: scene di vendemmia (collez. G. Bava).
La Basilica dei Santi Marcellino e Pietro
Venne realizzata lungo la via Labicana, nella tenuta imperiale Ad duas lauros, presso il cimitero che aveva preso il nome da quello dei suoi due martiri più venerati. Ad essa era collegato il grande mausoleo rotondo di cui è rimasto il rudere che, in questi ultimi anni, è stato oggetto di studi e di restauri, che hanno rilevato che le pareti interne erano decorate da mosaici; quasi sicuramente era stato destinato ad accogliere le spoglie dell’imperatore; vi venne invece sepolta, in uno splendido sarcofago di porfido, la madre Elena.16

La Basilica di Santa Agnese
Presso la via Nomentana, accanto alle Catacombe di Santa Agnese, su richiesta di Costantina,17 la figlia dell’imperatore, vennero realizzati la basilica omonima e il mausoleo. Della basilica circiforme rimangono unicamente una parte della parete laterale di sinistra e di quella dell’abside, mentre il mausoleo, divenuto battistero, poi chiesa autonoma dall’anno 1254, si è conservato quasi integralmente e testimonia la fase finale dell’architettura romana,18 (v. fig. 5).

15 Cfr. Aurelio Prudenzio: Peristephanon, XI, 159-168.
16 II sarcofago, che rappresenta scene di battaglia, si trova ora nei Musei Vaticani.
17 Durante il Medioevo, il nome di Costantina, fu sostituito da quello di Costanza e fu venerata come santa.
18 Gli architetti del Rinascimento, lo misurarono, lo studiarono, e lo presero a modello per i loro edifici a pianta centrale

I mosaici del IV secolo, che la decorano, sono i più antichi mosaici monumentali cristiani, rimasti a Roma. In quelli della volta dell’ambulacro, si alternano riquadri con motivi geometrici, pavoni, colombe, ad altri, con tralci di vite e scene di vendemmia.19 Nelle due lunette delle nicchie, sono rappresentate due scene che esulano dalla Tradizione Evangelica: nella prima, Cristo, tra i due Principi degli Apostoli, affida loro la pace, nell’altra invece, consegna le chiavi a Pietro.20 Nella nicchia centrale si trova la copia del sarcofago in porfido,21 realizzato per Costantina, in cui sono riprodotti girali di vite e scene di putti vendemmianti.

Le basiliche del IV secolo, di committenza papale
Oltre alle grandi basiliche di fondazione imperiale, nel suburbio, accanto a quasi tutti i cimiteri, per volere dei papi, ne furono edificate altre, di dimensioni modeste, che, costruite per lo più nel sopratterra, per le ingiurie del tempo, andarono perdute; una di queste era quella a tre navate, posta sulla tomba di S. Ippolito, sulla via Tiburtina; secondo la tradizione, in queste basiliche, furono sepolti i papi di quel periodo.

Il pellegrinaggio a Roma tra il V e il IX secolo
La grande disponibilità di spazi funerari, conseguente all’edificazione, nel IV secolo, delle numerose basiliche funerarie, fece sì che nel periodo successivo, le sepolture nelle catacombe divenissero meno frequenti; dalla metà del secolo VI, cessarono del tutto, se si eccettuano quelle nelle aree ad retro sanctos,22 cioè poste dietro o in prossimità delle tombe dei martiri. I cimiteri comunitari furono così frequentati solo in funzione devozionale; per agevolarne la visita, dal V secolo, i pontefici, con l’allargamento delle gallerie in cui si trovavano le tombe venerate, crearono degli ambienti completamente o in parte sotterranei, delle piccole basiliche ad corpus, in cui la tomba del martire coincideva con l’altare; decorazioni pittoriche, cibori ed elementi di recinzione, conferivano a queste chiese, aspetto e ripartizione interna simili a quelli degli edifici costruiti in superficie.
Le vicende tragiche che afflissero Roma tra il V e il VI secolo: l’assedio e il saccheggio perpetrati dai Visigoti nel 410, il terribile terremoto dell’anno 508, il sacco operato da Genserico nel 455 e la guerra Greco-gotica (536-553), avevano ridotto notevolmente il numero degli abitanti della città: alla fine del secolo VI, non erano più di 30.000, riuniti nella zona tra Ponte Milvio e la basilica di San Pietro. La campagna era disabitata ed era pericoloso avventurarvisi. Per un cambio di mentalità, cadde l’antico divieto di inumare in città e le tombe incominciarono ad occupare gli spazi all’interno delle mura.
La ripetuta presenza di eserciti barbarici nel suburbio, causò molti danni ai santuari sotterranei, che furono riparati dai papi della seconda metà del secolo VI.
Malgrado le guerre, le calamità naturali e le pestilenze, i pellegrinaggi continuarono; la presenza delle reliquie apostoliche e di quelle di innumerevoli martiri, attraevano i pellegrini: sulle pareti vicine alle tombe più venerate, si vedono dei graffiti: sono invocazioni, preghiere e firme di persone, i cui nomi propri e le particolari grafie, attestano l’appartenenza a persone venute da regioni lontane.
Numerosissimi erano coloro che provenivano dalle regioni settentrionali d’Europa, da poco cristianizzate.

19 Abbandonati i temi di salvazione (Daniele, Susanna), propri del periodo delle persecuzioni, l’iconografia della Chiesa Trionfante, cerca nuovi temi simbolici. La ripetuta presenza di tralci di vite, simbolo della vita che si rinnova e di scene di vendemmia, ha fatto sì che per molto tempo, si sia creduto che, in origine il mausoleo fosse stato un tempietto dedicato a Bacco, il dio del vino, ma anche della rinascita
20 L’intento di queste due raffigurazioni è quello di affermare il primato della Chiesa di Roma, ribadito dalla scena a mosaico dell’abside dell’antica basilica di San Pietro e da affreschi (IV sec.) di cubicoli di catacombe, che avevano lo stesso soggetto: la Traditio Legis, la consegna della Legge, al Principe degli Apostoli, di cui i vescovi di Roma, erano i successori ed i vicari.
21 L’originale si trova nei Musei Vaticani.
22 Si era diffusa credenza che la vicinanza al sepolcro di un martire, comportasse per i defunti, grazie all’intercessione del santo, un qualche beneficio ai fini della ricompensa eterna. Questo spesso generò una “gara” per ottenere quegli spazi, ritenuti privilegiati.

Per soccorrere i poveri e i pellegrini, i papi del V e VI secolo, nei pressi delle basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Lorenzo, fecero costruire diaconie e ospizi, forniti di dormitori, di bagni e di cucine. Per i Franchi, i Sassoni e i Longobardi, alcuni stranieri e sovrani dei paesi del Nord d’Europa, venuti in pellegrinaggio, fondarono le Scholae nazionali, una per ciascun popolo; erano composte da un edificio per l’accoglienza, fornito di cucine e di bagni, con annessi un oratorio e un cimitero; sorte dal sec. VIII e funzionarono fino alla fine del Medioevo.
Sin dal secolo VII, per agevolare gli spostamenti dei pellegrini, erano state compilate delle guide, gli “Itineraria”, in cui si indicavano i percorsi da seguire per raggiungere le chiese, poste all’interno delle mura e le vie su cui inoltrarsi per raggiungere le tombe dei martiri situate all’esterno della città. Partendo dalla Porta Capena, inoltrandosi sulla via Appia, i pellegrini al III miglio, incontravano il complesso dei cimiteri di s. Callisto, con le tombe di Cecilia, di Tarcisio e quelle dei papi dei primi secoli; non lontano, vi era quella di s. Sebastiano; assai vicino, sulla via Ardeatina, vi erano le tombe dei martiri Nereo e Achilleo; percorrendo quindi una via trasversale, chiamata poi via s. Sebastiano, trovavano le tombe di altri santi molto venerati; arrivano poi sulla via Ostiense; dove onoravano le tombe di San Paolo e di San Timoteo. Evitando di ritornare alle mura, da cui iniziavano le vie consolari, ma utilizzando le vie trasversali di collegamento così da passare, da una via all’altra. I pellegrini, procedendo sia in senso orario che in senso antiorario, potevano raggiungere, impiegando più giorni, tutti i santuari martiriali; era il cosiddetto loca sanctorum martyrum circuire.23
L’indotto devozionale”, dovuto alla presenza di pellegrini, fu senza dubbio notevole: esso dovette avere una forte ricaduta sulla povera economia di Roma del VII secolo; inoltre, la frequentazione dei santuari martiriali, costituì un fattore fondamentale per la conservazione della viabilità principale e secondaria nell’Alto Medioevo.
Le incursioni e l’assedio dei Longobardi del, secolo VIII24 e quelle dei Saraceni nel secolo IX, la presenza nel suburbio, di gruppi di sbandati, causarono altre gravi devastazioni alle basiliche sotterranee; i papi provvidero ancora ai restauri, ma l’impossibilità di una manutenzione e di una difesa idonea dei santuari, di fronte alle profanazioni causate dalle soldatesche e ai continui furti di reliquie, ad opera di presbiteri e di abati soprattutto delle regioni settentrionali d’Europa, resero necessario un provvedimento più radicale, quello di trasportare, i corpi venerati nelle cripte delle chiese della città.
Le traslazioni, sporadiche alla metà del secolo VII, divennero sistematiche nei secoli VIII e IX. Privati dell’oggetto primario della loro frequentazione, le catacombe caddero nell’oblio. Restarono accessibili, per tutto il Medioevo, solamente quei settori delle catacombe, connesse con alcune basiliche martiriali, che conservavano ancora le spoglie dei martiri eponimi, come San Sebastiano, San Pancrazio, San Lorenzo e Sant’Agnese; per il resto, l’abbandono e l’oblio dei cimiteri comunitari continuarono, fino alla “rinascita” del secolo XVI.

Dicembre 2018 
Graziella Bava

23 Queste guide, pervenute a noi in redazioni molto più tarde, permisero agli archeologi, nei secoli XIX e XX, di trovare e di identificare una cinquantina di catacombe.
24 Nel 756, il re longobardo Astolfo, aveva ridotto a stalle per i suoi cavalli, molti santuari sotterranei.

19/08/19

Angolo della Cultura (2018) Don Giuseppe Maria Vachet



Don Giuseppe Maria Vachet
costruttore della Chiesa di Sant’Ippolito e parroco lungimirante
nel 150º anniversario della morte
Don Giuseppe Maria Vachet 
(foto Archivio Parrocchiale)

Esattamente centocinquant’anni fa, periva tragicamente Don Giuseppe Maria Vachet, all’età di 74 anni, dopo un quarantennio di servizio zelante come Parroco di Bardonecchia. Era stato accoltellato da ignoti nel corso di una rapina nella stessa casa parrocchiale. I colpevoli non vennero mai identificati e pertanto non fu possibile celebrare il processo. All’epoca, l’impressione fu immensa  per l’efferatezza del crimine: Don Vachet era un santo Parroco e un geniale e lungimirante
pastore della comunità di Bardonecchia, anche sul piano civile.
Passati tanti anni, i rari documenti conservati negli archivi della Diocesi di Susa, della Parrocchia e del Comune di Bardonecchia, sono preziose e autentiche testimonianze utili a ricostruire con obiettività la figura di questo Sacerdote cui si devono il nuovo imponente tempio parrocchiale e le tante opere tese a riunire l’antico borgo al nuovo che stava sorgendo attorno al cantiere del traforo del Frejus.
Il documento più interessante e commuovente, pur nella sua sinteticità, è la Notizia biografica scritta dal parroco del Melezet, don Giovanni Antonio Allois, all’indomani della sepoltura di don Vachet, che riportiamo fedelmente nella traduzione dal francese.

AD PERPETUAM MEMORIA
Notizia biografica di Don Giuseppe Maria Vachet, già curato di Bardonecchia.

Gruppi e Associazioni (2018)

Il Coretto Sant’Agnese formato da piccoli e adulti.
Il Coretto Sant’Agnese nell’attesa del Santo Natale
Il Coretto S. Agnese nacque a Bardonecchia circa ventisei anni fa, grazie all’invito rivolto da don Franco ad un bel gruppo di bambini e, soprattutto, bambine, di accompagnare la S. Messa cantando tutti insieme nei banchi anteriori della Chiesa. Successivamente, il gruppetto si spostò nel coro, sotto la guida di una giovane insegnante di musica che per un certo periodo lo accompagnò nell’apprendimento dei primi canti e da lì proseguì la sua attività.
Alcuni di quei “bambini e bambine” di allora, spesso accompagnati dai loro bambini e bambine, ne fanno parte ancora oggi, unendosi ai componenti nuovi, in un simpatico intreccio di persone di tutte le età che cercano di cantare al Signore con semplicità e allegria.
Diretto da Lisa e accompagnato all’organo da Antonello, il Coretto partecipa solitamente alla S. Messa prefestiva del sabato sera e ad altre funzioni importanti per la vita parrocchiale, come le Prime Comunioni e le Cresime e accoglie sempre volentieri l’ingresso di nuovi membri.

17/08/19

Vita della Parrocchia 2018


Da molti anni non si vedeva tanta neve come questo inverno! Le piste sono abbondantemente innevate senza avere bisogno di neve artificiale, per la passione degli sciatori. Proseguono le celebrazioni natalizie di Capodanno, dell’Epifania, fi no alla festa del Battesimo di Gesù domenica 7 gennaio.
Con dispiacere vengono rimossi gli addobbi natalizi dalla Chiesa. Come d’abitudine rimane il presepe esterno fi no alla Candelora. Riprendono anche i Gruppi di catechismo, distribuiti tra i locali parrocchiali e quelli messi a disposizione dal Comune sopra la Farmacia.
Marina Brando Vallory mercoledì 10 gennaio, in Cappella invernale alle ore 21, anima l’incontro mensile di preghiera denominato “Rosario delle madri” in unione alla stessa iniziativa che, ogni secondo mercoledì del mese, si tiene presso la Parrocchia di Maria Ausiliatrice a Torino.
Il Gruppo di Azione Cattolica, di cui è Presidente Parrocchiale Alba Siclari Nego, domenica 14 gennaio prosegue le adunanze con scadenza mensile, iniziate lo scorso ottobre per l’anno sociale 2017-18.
La formazione prevede l’approfondi mento della sezione dedicata alla Preghiera del Catechismo della Chiesa Cattolica e, in seguito, la lettura del documento dei Vescovi del Piemonte “II Signore è vicino a chi ha il cuore ferito” (nota pastorale su Amoris Laetitia).
Il Coretto Sant’Agnese, che merita tanta lode per la costanza ogni settimana alla Messa prefestiva, sceglie la domenica 28 gennaio per vivere la festa del Gruppo. Dopo la Messa si ritrovano, assieme al Parroco, al Ristorante Bardosteria.
Alla Celebrazione della Candelora venerdì 2 febbraio sono presenti anche i due gruppi di catechismo delle classi di quinta elementare con le loro catechiste che, aiutati dalla Liturgia, comprendono meglio il significato della festa della Presentazione di Gesù al Tempio. Si è ripetuto il giorno di San Biagio sabato 3 febbraio, al termine della Messa, la benedizione della gola.

10/08/19

S. Lorenzo martire – Les Arnauds (2018)


Parrocchia
S. Lorenzo martire
Les Arnauds
Festa Patronale di San Lorenzo

Venerdì 10 agosto, in una bella e calda giornata di sole, a Les Arnauds si è festeggiato il Santo Patrono, a partire già dalla sera prima, dove un bel gruppo di fedeli ha partecipato alla Processione aux flambeaux tra le vie del paese, partendo dalla Chiesa parrocchiale fino alla Croce di San Lorenzo. Guido, sempre disponibile per la comunità, ha guidato la preghiera.
Venerdì alle 11:00, come di consueto, si è svolta la Messa solenne, questa volta celebrata da un ospite particolare, don Honoré, un sacerdote che arriva dal Togo e nella nostra Alta Valle di Susa aiuta don Giorgio Nervo a prestare servizio nelle sue Parrocchie. L’arrivo di don Honoré è stato un grande insegnamento, soprattutto in questi tempi, per abbattere le diversità, perché per Dio non conta il colore della nostra pelle, Lui ci vede uguali davanti a sé.
Su invito di don Paolo, a concelebrare la S. Messa insieme a loro, sono anche intervenuti don Franco Tonda, don Giorgio Nervo e il diacono permanente Armando Lazzarin.
Per rendere questo giorno di festa ancora più solenne, come capita ogni anno, è intervenuta la Cantoria di Sant’Ippolito, che ha cantato per la prima volta, durante la Comunione, O Sacrum Convivium di Lorenzo Perosi. La festa è proseguita al forno con un generoso rinfresco e tra le vie del paese dove erano presenti ben settantotto bancarelle.
Cristina

Importanti lavori per le nostre campane
Sono stati portati a termine importanti lavori per le nostre campane.