02/10/17

PROF. DOTT. DON GIANCARLO BIGUZZI (2016)

PROF. DOTT. DON GIANCARLO BIGUZZI
Don Giancarlo Biguzzi nella festa dello Scapulaire con Cristina Mainardi.

Sabato 8 ottobre 2016 don Giancarlo Biguzzi si è addormentato nella pace del Signore. Aveva da poco lasciato l’insegnamento presso l’Università Urbaniana di Roma, quando gli venne diagnosticata una grave malattia, un cancro al pancreas. Seguirono i ricoveri in ospedale, le chemioterapie, ma tutto si rivelò inutile. Era nato a San Vittore di Cesena l’11 ottobre 1941, era quindi alla vigilia dei 75 anni. Sacerdote per la Diocesi di Cesena, compì gli studi a Roma, laureandosi in Teologia Biblica. Professore ordinario di Teologia Biblica alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e presso il Pontificio Istituto Biblico, era apprezzato autore di varie pubblicazioni in questo campo, conosciute e consultate anche all’estero. Ormai da otto anni era affezionato al Melezet, dove soggiornava per oltre un mese, dando con puntualità il suo ministero in aiuto al Parroco, percorrendo le nostre montagne, affabile con la gente, con una semplicità che nascondeva gli alti gradi accademici che rivestiva.
Don Giancarlo Biguzzi presiede la festa
di S. Giacomo in Valle Stretta.
Per questo contava buoni amici e la notizia della sua morte ha colto tutti di sorpresa, lasciando un sincero rimpianto. Melezet perdeva in lui un amico caro e fedele. L’abbiamo ricordato nelle Messe della domenica seguente e, con il pensiero e la preghiera, accompagnato all’ultima dimora, nel funerale presieduto dal Vescovo di Cesena-Sarsina,Mons. Douglas Regazzoni, il martedì 11 ottobre.
Riposa nel cimitero del paese natio, San Vittore di Cesena. La sua figura rimarrà viva nel nostro ricordo, con la gratitudine perché ci ha amato, ha voluto bene al Melezet e alle nostre montagne con cuore di vero amico e disponibilità nel suo ministero sacerdotale.

Una simpatica presenza nell’estate 2016:
DON FRANCISCO SUNDA
Nella scorsa estate è giunto, a sostituire don Biguzzi, un simpatico sacerdote moretto: don Francisco Sunda, proveniente dall’Angola e da pochi mesi a Roma per gli studi universitari presso la Pontificia Università Gregoriana, dove studia per laurearsi in diritto canonico. Si è adattato bene al nuovo ambiente, con il suo carattere aperto, e il suo italiano si è fatto prontamente più sicuro.
Accanto a lui la cugina Fernanda Baptista, addetta all’Ambasciata della Repubblica dell’Angola. La loro presenza ci ha visivamente parlato dell’universalità della Chiesa che è per tutti i popoli e razze. Li rivedremo volentieri nella prossima estate.

24/09/17

Angolo della Cultura (2016)

GIOLITTI, DA BARDONECCHIA A TRIPOLI:
BREVE STORIA DELLE GESTA D’OLTREMARE

Anche quell’anno, il 1911, Giolitti avrebbe voluto un’estate come tutte le altre, con i mesi di luglio e agosto trascorsi a Bardonecchia insieme alla signora Rosa a casa dell’avvocato Suspize.
Le lunghe passeggiate, le conversazioni con gli amici, gli impegni di governo sbrigati nell’ufficio allestito nei locali sopra il Caffè Medail, lontano però dal convulso e pettegolo mondo romano, che mal si adattava ad un uomo austero come Giolitti.
Nonostante gli sforzi, l’estate del 1911 fu invece davvero calda sia dal punto di vista atmosferico, sia dal punto di vista politico, con uno scacchiere internazionale incandescente, soprattutto nell’area balcanica come avrebbero poi dimostrato i fatti dopo il tragico eccidio di Sarajevo. Il 28 luglio del 1911 il marchese Antonino di San Giuliano, Ministro degli Esteri, inviava a Giolitti, in vacanza a Bardonecchia, un pro-memoria riservato nel quale valutava la possibilità che l’Italia fosse nel giro di pochi mesi costretta ad intervenire militarmente in Libia con ovviamente importanti ripercussioni sul piano internazionale(1).
È chiaro che, nonostante i tentativi di rassicurare la moglie Rosa, i pensieri di Giolitti erano tutt’altro che tranquilli per quello che si paventava, per le scelte impegnative che si profilavano e perché sulla politica coloniale Giolitti aveva fatto da tempo importanti riflessioni e operazioni che ora dovevano trovare giusto compimento.
Significativo è il fatto che Giolitti, tornato al potere nel 1906, ufficializzò prontamente il marchese siciliano Antonino di San Giuliano quale ambasciatore a Londra con lo scopo di perorare gli interessi italiani in Libia e in Africa Orientale. Era importante che la Gran Bretagna permettesse una “penetrazione pacifica” del Banco di Roma, ovvero costringere la “Sublime Porta” ad «accettare che la Tripolitania e la Cirenaica fossero territori esclusivamente riservati alle iniziative economiche dell’Italia» (2). Analogamente chiese a San Giuliano di valutare dal suo osservatorio londinese la grave crisi provocata dall’Austria-Ungheria con la decisione di annettersi la Bosnia e l’Erzegovina. Nel marzo del 1911 Giolitti ufficializzò la posizione dell’esperto marchese siciliano come Ministro degli Esteri, conscio che la situazione libica necessitasse una soluzione in tempi brevi. Con l’apertura della crisi marocchina il 1º luglio 1911 e l’ampliamento dell’impero coloniale francese in Africa, era sempre più evidente che la questione libica dovesse trovare una soluzione.
Il 9 agosto il solito San Giuliano dalla località di Vallombrosa scrive a Giolitti, che si trova a Bardonecchia, una missiva “riservatissima” nella quale dice: «Illustrissimo amico, mi giunge voce che il “Banco di Roma” tratti e sia per conchiudere la cessione dei suoi affari in Tripolitania ad una società di banchieri austro-tedeschi ... dispongo che si cerchi di accertare quanto ci sia di vero in questa notizia, affinché, se fondata, si provveda ad evitare che questo avvenga ...» (3).

1 G. Giolitti, Al governo, in parlamento, nel carteggio, vol. III, tomo II il Carteggio, pp. 207-209.
2 Ibid., p. 50.
3 G. Giolitti, Al governo, in parlamento, ..., op.cit., vol. III, tomo II il Carteggio, p. 208.
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E ancora: «Reputo mio dovere farti conoscere che il Pacelli 4 ha fatto questa minaccia ma non credo che la tradurrà in atto finché serberà la speranza che l’Italia occupi la Tripolitania ...» (5).
Si vede quindi un Giolitti molto più interessato ai risvolti della politica coloniale di quanto si pensi, unitamente all’ipotesi che una penetrazione pacifica della Libia fosse oramai tramontata e occorresse un’azione militare forte per difendere gli interessi economici italiani e tacitare l’opinione pubblica. Non dimentichiamo che al di là di una certa retorica storiografica, concentrata intorno al mood: “Libia scatolone di sabbia”, Tripolitania e Cirenaica fossero ambite da molte potenze straniere e l’idea che si ripetesse uno scippo come quello della “questione tunisina” del 1881 era per l’Italia inaccettabile.
Ai primi di settembre Giolitti viene ripreso alle terme di Fiuggi insieme al fido ministro siciliano e sempre da Fiuggi l’ammiraglio Corsi sollecita un’azione militare fra ottobre e novembre per evitare le mareggiate invernali.
L’urgenza della situazione necessitava di incontri vis a vis anche, per quanto possibile, sviando l’attenzione dei giornalisti, e quindi da Anticoli (ameno borgo nei pressi di Roma nella valle dell’Aniene) si trasferì in Piemonte, lasciando credere di voler raggiungere la moglie ancora in vacanza a Bardonecchia, in realtà il 17 raggiunse il Re Vittorio Emanuele III a Racconigi e con lui decise l’ultimatum all’impero ottomano, inviato poi il 26 settembre, e alla risposta evasiva della “Sublime Porta”, il 29 fece consegnare la dichiarazione di guerra alla Turchia.
Una certa leggenda popolare, riportata anche su qualche guida turistica, vorrebbe che tale dichiarazione fosse firmata proprio a Bardonecchia nell’ufficio di Giolitti sopra il Caffè Medail, tale ipotesi – invero molto suggestiva – non è, per i documenti da me consultati, attendibile, in quanto il 26 Giolitti scrive che non potrà presenziare il Consiglio Provinciale di Cuneo del 2 ottobre perché trattenuto a Roma da “majora premebant” e in seguito il 2 ottobre scriverà alla moglie dicendole che era imminente un suo viaggio da Roma verso Racconigi per un nuovo incontro con Vittorio Emanuele III 6. È quindi probabile che in quei giorni di fine settembre la moglie dello statista fosse ancora a Bardonecchia e questo, così come le voci false che lo stesso Giolitti faceva volutamente circolare, potrebbero aver generato l’idea che il documento fosse stato firmato proprio a Bardonecchia.
In breve le truppe italiane si attestarono a Homs, Derna, Bengasi, Tobruk e il 3 novembre Giolitti scriveva alla moglie che tutto «procedeva come previsto», infatti il 4 novembre la “Gazzetta Ufficiale” pubblicava il decreto con il quale si proclamava la sovranità italiana sulla sponda africana. Al di là di quanto sancito dalla “Gazzetta Ufficiale” e dai discorsi a sostegno dell’impresa fatti da Giovanni Pascoli con “La grande Proletaria s’è mossa...” o con le prezzolate “Canzoni d’oltremare” di D’Annunzio, la questione con la Turchia era tutt’altro che risolta, anzi la fine sostanziale del conflitto si presentava lunga sia sul piano militare, sia su quello diplomatico.
Nella primavera del 1912 il solito di San Giuliano riuscì a superare la resistenza austriaca a creare una “zona di lavoro” italiana nel Dodecaneso in modo da far pressione sulla Turchia minacciandola di portare le navi italiane sul Bosforo e creare, al contempo, una zona di influenza italiana in Asia Minore. Il percorso si presentava lungo e accidentato e quindi Giolitti non esitò a servirsi di personaggi molto addentro alle “questioni d’Oriente” come Giuseppe Volpi, legato a Costantinopoli da molteplici attività finanziare.

4 Ernesto Pacelli, Amministratore del Banco di Roma, zio del futuro Papa Pio XII, fautore del pesante intervento economico in Libia del Banco di Roma. Cfr. Carlo Marroni, 1911, la “guerra” del Banco di Roma, in: Il Sole 24 Ore, del 25-8-2011.
5 G. Giolitti, Al governo, in parlamento, ..., op.cit., p. 207.
6 A.A. Mola, Giolitti. Lo statista della nuova Italia, Milano 2003, pp. 332-333.
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La villeggiatura bardonecchiese dell’estate del 1912 fu quanto mai importante, ben più di quella del 1911, e Giolitti rinunciò anche ad alcune sue tradizionali presenze a Cavour, non tanto per godersi il “fresco” dell’alta Val di Susa, quanto per la relativa facilità con la quale da Bardonecchia poteva raggiungere la Svizzera e Losanna per le trattative di pace con la Turchia.
A di San Giuliano scriverà: «Bardonecchia, 8 agosto 1912. Ho deciso di non andare a Cuneo per il consiglio provinciale restando qui dove sono in comunicazione più diretta con Roma e dove occorrendo i nostri negoziatori potrebbero venire da me in poche ore» (7). Bardonecchia divenne quindi luogo privilegiato per incontri importanti e centro di smistamento della corrispondenza diplomatica che ruotava intorno al primo ministro piemontese (8). Fitte furono le missive, spesso cifrate, in quei mesi estivi fra Giolitti, il Ministro degli Esteri italiano e i molti negoziatori, da Bertolini a Nogara, da Fusinato a Volpi, e Bardonecchia divenne il vero crocevia fra i destini delle terre d’oltremare e l’impero ottomano di Costantinopoli.
Finalmente a Ouchy (quartiere di Losanna) il 18 ottobre 1912, anche per il precipitare degli eventi nei Balcani con la mobilitazione di Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria per la liberazione dei territori balcanici dagli Ottomani, venne firmata la pace italo-turca nella quale si riconosceva all’Italia l’amministrazione militare e civile su Tripolitania e Cirenaica, mentre si concedeva alla Turchia quella religiosa. Inoltre si disponeva il ritiro delle truppe italiane dalle isole del Dodecaneso, cosa che per varie ragioni non venne mai fatta sino al 1943.
La storia delle terre d’oltremare è però legata a Bardonecchia per il canto goliardico “Giovinezza”, composto dal musicista bardonecchiese Giuseppe Blanc (9), che lo stesso Blanc una volta tornato a Bardonecchia come tenente istruttore degli “alpini skiatori” insegnerà ai suoi allievi, i quali poi la porteranno in Libia e in Somalia (divenuta italiana nel 1908) facendone una colonna sonora della campagna coloniale. La cosa interessante è che una seconda marcia, composta sempre da Blanc, resisterà sino al 2000 come inno nazionale somalo nonostante la nazione del “Corno d’Africa” si fosse emancipata dal dominio italiano nel 1960.
La definitiva archiviazione della marcia di Blanc simbolicamente ci riconsegna ancora una volta l’imperfetta verità della Storia e dei miti sociali e di fondazione ad essa connessi e con amarezza si recide imperdonabilmente quel cordone ombelicale che legava il sogno del posto al sole e quelle montagne, là dove tutto aveva avuto inizio.
Roberto Borgis

7 G. Giolitti, Al governo, in parlamento, ..., op.cit., p. 235.
8 Cfr. G. Giolitti, Memorie della mia vita, in www.liberliber.it
9 Le parole di “Giovinezza” verranno composte dal poeta crepuscolare Nino Oxilia.


ALCUNE NOTIZIE SULLA CONFRATERNITA
DEI PENITENTI BIANCHI DI BARDONECCHIA
I“livre de raison” della Confraternita del Santissimo Sacramento, detta dei Penitenti bianchi, conservati nell’archivio storico della Parrocchia, riportano minuziosamente i proventi e le spese sostenute dai vari procuratori che ne effettuavano il rendiconto con cadenza generalmente annuale. Gli incassi provenivano sia dalle elemosine, in moneta od in granaglie, che erano poi vendute, sia da somme destinate per testamento in suffragio della propria anima. In altri casi venivano donati, sempre per testamento, appezzamenti di terreni. I terreni venivano poi affittati, preferibilmente ai parenti del defunto che a volte li riscattavano versando il corrispondente valore.
Si riportano alcuni di questi lasciti, scelti a caso tra i numerosi che vi compaiono:

«Luigi Francou fu Alberto (lega ai Penitenti) venti scudi pari a 60 lire con l’obbligo di dire in perpetuo il primo lunedì di gennaio il mattutino dei morti e cantare la messa da requiem ed, alla fine, le litanie dei trapassati ed i misteri con le orazioni funebri, ed il rimanente della detta somma sarà utilizzata per il servizio delle messe ed altre cose necessarie per la cappella ...».

«Caterina Francou, vedova di Giovanni Agnes, lega ... ai Penitenti sei javedons di terreno in Ravel, od il loro valore, conf inanti con mastro Simone Guiffrey a levante, Giovanni, suo fratello, sopra, Ippolito Pron a ponente, eredi di Francesco Orcel Giraud sotto».

«Ippolito Gastaud fu Ippolito (lega ai Penitenti) 4 lire (tornesi) con l ’incarico di dire l ’uffizio e la messa funebre alla cappella di San Rocco, ed ai Penitenti un sestiere di terreno ai Villard, od il suo valore, ...».
«Io sottoscritto, notaio reale delfinale ereditario, legittimato per editto di Sua Maestà, certifico a tutti gli interessati che il primo aprile milleseicentosessanta ho ricevuto un contratto di affitto intercorso tra Marco Guy, in qualità di procuratore dei Penitenti di Bardonecchia ai fratelli Guglielmo e Spirito Aymon, del luogo, di tre carterees ed otto tese di terreno situato ai condemines ... per il periodo di sedici anni prossimi venturi con l’aff itto, per il corrente anno di quattro sestieri di segale e, per i restanti, quattro sestieri, di due in due anni, pagabili alla festa di Sant’Andrea ... B des Ambrois, notaio».
«Io sottoscritto Giovanni Ponchier ... ho aff ittato dal sig. Antonio des Ambrois, procuratore della venerabile Confraternita dei Penitenti di Bardonecchia, i seguenti appezzamenti: cinque javedonnees diciassette tese di prato a pre' de sap, dietro il Chaffau, più tre quarterees, due javedonnees di prato e terreno alle casses della Moutte e due javedonnees di prato ai lourdes della Moutte ... per il periodo di sei anni ... promettendo di tenerli come un buon padre di famiglia e promettendo di pagare tutti gli anni la somma di cinquantotto soldi alla festa di Sant’Andrea di ogni anno a pena di tutte le spese, danni ed interessi. A Bardonecchia, il due febbraio milleseicentosettantadue. Giovanni Ponchier».

Per quanto riguarda le spese, sono annotati gli esborsi per la celebrazione di Messe, per i “coristi” che hanno partecipato alle Messe cantate, per l’acquisto di candele, di lumini per la Settimana Santa, per l’effettuazione di pellegrinaggi al Charmaix, per la manutenzione della chiesa.
Nel Bollettino Parrocchiale dell’anno scorso è stata data notizia di un notevole esborso per la fusione nel 1702 di una campana utilizzata dalla Confraternita.
Nell’anno precedente si era provveduto a dotare la Confraternita di un gonfalone e di alcune Croci.
Il procuratore Alessandro Garcin riferisce: «Ho fatto fare la gran Croce a fondo verde e dorato, le due Croci ed il Crocifisso dei defunti, il gran stendardo a fondo blu con stelle d’oro, i quattro bordoni rossi e blu, il tutto anche dorato e lavorato in loco da mastro Claudio Bourrechin di St Andrè in Savoia. Il tutto è stato benedetto da monsignor Simone Roude, priore di Mentoules. Ho pagato per il  tutto settantacinque lire che ho ricevuto in parte, dai nominati di seguito, il giorno della benedizione: il 10 dicembre 1701». «Il velo bianco e la sua guarnizione, che serve alla gran Croce, è stato donato dal sig. Arduin mercante a Briançon».

Segue l’elenco degli offerenti:
Monsignor Simone Roude, priore di Mentoules ha donato sei lire dieci soldi                    6 lt 10 s
Antonio Mauthoux fu Alessandro ha donato sei lire                                                           6 lt 10 s
Claudio Pellerin ha donato una lira dieci soldi                                                                  1 lt 10 s
Mastro Gabriele Blanchard ha donato una lira                                                                  1 lt 10 s
totale 15 lt 10 s

Francesco Garcin ha donato quattro lire dieci soldi                                                          4 lt 10 s
Giacomo Chanoux, detto “la torre”, ha donato tre lire                                                      3 lt 10 s
Caterina Andrè, moglie del Chanoux, ha donato una lira                                                  1 lt 10 s

Don Pietro Rey, del borgo di Cesana, ed i Confratelli della Confraternita
stabilita in quel luogo hanno donato dodici lire                                                      12 lt 10 s
Il signor de Saueuse, capitano di cavalleria, ha donato tre lire undici soldi                      3 lt 11 s
Il signor suo luogotenente ha donato una lira quindici soldi                                              1 lt 15 s
Il signor Ans, brigadiere della brigata di Chiomonte, ha donato quindici soldi                 15 s
Un tale, che non ha voluto essere nominato, ha donato nove lire                                       9 lt 10 s
Gabriele Spirito Orcel, quindici giorni prima della sua morte,
 ha donato una lira nove soldi                                                                                  1 lt 9 s
totale 37 lt 10 s

Per pagare completamente quanto dovuto sono occorsi tre anni; il procuratore infatti annota che «Le ventitré lire che erano dovute sono state pagate mediante il grano (offerto) nella Settimana Santa e le offerte versate nella cassetta delle elemosine dall’ultimo rendiconto (1701) sino ad oggi, undici maggio millesettecentoquattro».

Una piccola curiosità, nell’elenco delle persone che hanno contribuito con un’offerta figurano dei militari: un capitano di cavalleria, il suo luogotenente ed un brigadiere, il che dimostra la presenza di truppe a Bardonecchia. Il conflitto franco-piemontese della seconda metà del Seicento aveva visto lo stanziamento, prevalentemente invernale, nella nostra conca di parte delle truppe del Catinat con imposizioni di gravose forniture militari a carico della popolazione.
La pace stipulata nel 1696 non aveva cambiato di molto la situazione in quanto le truppe francesi rimasero acquartierate nell’alta Valle di Susa. Si prevedeva infatti il riaccendersi del conflitto che portò, pochi anni dopo, prima all’assedio di Torino e quindi (1708) all’occupazione dell’alta Valle di Susa da parte delle armate di Vittorio Amedeo II e successivamente alla cessione al Piemonte degli Escartons “aux eaux pendantes vers l’Italie”.
Nel libro non ci sono altri riferimenti per quanto riguarda le croci, tuttavia si può ipotizzare, anche se non vi sono prove a conferma, che visto il particolare impegno dei confratelli durante la Settimana Santa, una di queste, forse la “gran Croce”, sia la Croce quaresimale, recante i simboli della Passione, tutt’ora in uso nella nostra chiesa parrocchiale durante la Quaresima.

Guido Ambrois

Note: - Le lire citate nel testo sono “lire tornesi”, valuta usata all’epoca nel Delfinato.
Note: - Le misure di superficie agraria utilizzate nella conca a Bardonecchia (che a quel tempo comprendeva anche Beaulard) erano: il sesteree era formato da due eminees, a loro volta suddivise in due quarterees, che erano formate da quattro javellonees.
A Bardonecchia, Melezet, Les Arnauds, Millaures, Rochemolles, il sesteree equivaleva a 420 tese quadrate, mentre a Beaulard equivaleva a 420 tese. Le tese a Bardonecchia erano pari a 5,170485 metri quadri mentre aMelezet, Millaures e Rochemolles erano equivalenti a 3,798745 metri quadrati.


IL PELLEGRINAGGIO 2ª parte  
Le strutture ospitaliere, le Confraternite e gli Ordini cavallereschi

Il pellegrino che si metteva in viaggio, di solito, non portava molto denaro con sé, perciò si doveva appoggiare a delle strutture che lo accogliessero gratuitamente. Nei miti greci e nei poemi omerici, vediamo che il concedere l’ospitalità, a chi supplice, si presentava alla porta di casa, era una consuetudine, il negarla empietà; nella Sacra Scrittura, vi sono numerosi esempi di accoglienza data ai viandanti: Abramo riceve e ristora tre sconosciuti, di cui poi uno gli rivela di essere Dio, accompagnato da due angeli; per i Cristiani, accogliere i viandanti e i pellegrini, è una delle opere di misericordia corporale, ricordando che, colui che arriva stanco, esausto, con i piedi piagati, potrebbe essere un angelo mandato da Dio o Cristo stesso.
Dal IV secolo, in Palestina, per l’accoglienza dei pellegrini, furono fondati degli xenodokia, alcuni dei quali, malgrado le vicissitudini e le invasioni cui furono sottoposti quei territori, rimasero operanti per alcuni secoli. Carlo Magno, a Gerusalemme, ne fece costruire uno, che destava la meraviglia dei pellegrini che giungevano dall’Occidente.
A Roma, per iniziativa dei Pontefici, per ospitare i pellegrini, sorsero xenodochia, scholae, hospitales e balnea, situati presso le maggiori basiliche e lungo le direttrici viarie. Dal sec. VII, per volere dei sovrani cristiani delle regioni dell’Europa del Nord, furono fondate delle scholae  nazionali, strutture di accoglienza per ospitare i pellegrini che, provenendo da quelle zone, compivano il viaggio ad limina sancti Petri . Si trovavano nelle adiacenze della basilica vaticana ed erano costituite da una casa, da una struttura recettiva, da una chiesa e da un cimitero; costruite in gran parte in legno, spesso erano soggette ad incendi.Erano sovvenzionate dalle rendite e dai donativi elargiti dai rispettivi regnanti o da pellegrini ricchi. Le quattro più importanti erano le scholae: Frisonum, Langabardorum, Germanorum e Anglorum o Saxonum(1) e furono attive per alcuni secoli.
I Benedettini, seguendo la loro Regola, la cui norma 53 recita: “Hospes tamquam Christus”, già dalla seconda metà del sec. VI accoglievano i pellegrini in transito; in quei tempi, quando si fondava un’abbazia, la si dotava di beni, di cui un terzo era destinato all’assistenza dei pellegrini.
Nell’Alto Medioevo, quando i pellegrini erano pochi, erano ospitati nelle foresterie dei monasteri; più tardi, nelle vicinanze delle abbazie, ma lungo il percorso, furono costruite per loro piccole case, di legno o di pietra.
Dal secolo XI, nella Chiesa, si verificò un intenso rinnovamento spirituale che coincise con cambiamenti profondi della società medievale; questo, inoltre, fu un periodo di relativa pace, che favorì lo spostamento delle persone, per cui il pellegrinaggio divenne sempre più diffuso; lungo le vie, per iniziativa di regnanti(2), di Vescovi, di canonici, di Confraternite, di gruppi di nobili o di borghesi sorsero centinaia di strutture ospitaliere(3). Chi li fondava, li dotava di terreni e di rendite necessari alla loro sussistenza; a capo c’era un ospitaliere o spedalingo, che aveva il compito di presiedere al funzionamento e all’amministrazione del patrimonio; erano costituiti da grandi stanzoni, dotati di pagliericci a due o tre posti o di semplice paglia, i servizi erano minimi; qui il pellegrino era accolto, curato, assistito spiritualmente e istruito sul cammino; negli statuti di alcuni spedali, situati in zone montuose ed impervie, è menzionato il compito di guida e di assistenza ai viandanti ed ai pellegrini, fino al superamento del valico.

1 Per il sito in cui si trovava la schola Anglorum, nel “Liber Pontificalis” (LP. II, pp. 53-54) fu usato per la prima volta il termine bourgus, da cui derivò la parola “borgo”; come le altre, era costruita soprattutto in legno e bruciò interamente sia nell’anno 817, che nell’anno 852; secondo una tradizione leggendaria le fiamme si spensero per il miracolo operato da Papa Leone IV che, affacciandosi da una loggia, impartì la benedizione; di questo fatto rimane il ricordo nell’affresco “L’incendio di Borgo” della scuola di Raffaello, nelle Stanze Vaticane; il Pontefice, poi, donò legna e materiali per la sua ricostruzione.
Nell’anno 1066, con la battaglia di Hastings, i Normanni, che non erano cristiani, conquistarono la Britannia, per cui i pellegrini provenienti da quelle zone furono meno numerosi, le donazioni diminuirono e la schola decadde; ma in tempi moderni, sul suo sito, nei pressi della Città del Vaticano, fu fondato l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, che ne continua la tradizione.

2 Sul Camino per Compostela, i sovrani spagnoli fondarono degli Hospitali detti Hospitales del Rey, strutture che, per le grandi dimensioni, dovevano testimoniare il prestigio dei regnanti. Nikulas di Munkathvera nel suo diario di viaggio (a. 1154 ca.) annotò che il re di Danimarca, Erik Svensson, aveva fondato uno spedale a sud di Piacenza e un altro a Lucca, dove erano accolti unicamente i pellegrini nordici, che potevano bere vino gratuitamente e a sazietà.
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Quando un pellegrino giungeva ad uno spedale, gli venivano dati del pane, del vino, una zuppa e una fetta di lardo; quelli che vi giungevano in cattive condizioni di salute, a causa delle fatiche del viaggio e delle scarse norme igieniche, ricevevano le cure proprie della medicina del tempo; i moribondi facevano testamento dinnanzi allo spedalingo, che fungeva da notaio, e lasciavano in eredità allo spedale la metà del loro patrimonio.
Fig. 1 - Pistoia: Ospedale del Ceppo, fregio robbiano policromo di terracotta invetriata, realizzato intorno al 1530 da Santi Buglioni.
A Pistoia, nel fregio della facciata dello spedale del Ceppo(4), che raffigura le sette opere della  Misericordia corporale, vi è una formella [f ig. 1] che rappresenta la quarta, ossia l’accoglienza data ai viandanti ed ai pellegrini; a sinistra si vedono quattro personaggi con vestiti e cappelli strani: uno sul capo porta il “petaso” ornato dalle conchiglie jacobee(5); nella parte centrale è illustrata “la lavanda dei piedi” (6), fatta dallo spedalingo ad un pellegrino: questi, che ha il capo circondato da un’aureola, rappresenta S. Giovanni Battista, mentre l’altro, che osserva la scena, è Cristo.
Ecco, è la realizzazione del versetto del Vangelo di Matteo (Mt 10,40), che recita:
«Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» e del punto 53 della Regola benedettina, che ricorda che il pellegrino deve essere considerato come Cristo.
Nell’anno 1099, quando i Crociati entrarono in Gerusalemme, vi trovarono una struttura di accoglienza tollerata dai Musulmani; era stata fondata verso la metà di quel secolo da alcuni mercanti amalfitani e intitolata a S.Giovanni Battista, patrono della loro città; la loro finalità era la “cura peregrinorum” (7); presero la Regola dei Benedettini e si chiamarono “Ospitalieri di S.Giovanni” o più comunemente “Giovanniti”.

3 Domus hospitalis, da cui in seguito, hospitale, spedale, ospedale, ospizio.
4 Lo spedale del Ceppo fu fondato alla fine del sec. XIII dalla “Compagnia di Santa Maria”; fu chiamato del “Ceppo” perché accanto all’entrata vi era un tronco vuoto di legno, in cui venivano lasciate le offerte; divenuto ospedale nel ’500, rimase operante fino all’anno 2013; fu sede di un’importante scuola di medicina.
5 Le conchiglie testimoniavano che il pellegrino era stato a Santiago di Compostela.
6 La “lavanda dei piedi”, a ricordo di quella fatta da Gesù agliApostoli, prima dell’Ultima Cena, era una pratica usuale e faceva parte dell’accoglienza ai pellegrini; attualmente viene ancora praticata negli spedali retti dall’Arciconfraternita di S. Jacopo di Perugia.
7 Vi erano accolti anche i Musulmani.

Ben presto ebbero molti spedali su tutte le vie; nel 1113 ricevettero l’approvazione di Papa Pasquale II e nel 1120 divennero un Ordine militare cavalleresco molto potente e agguerrito che doveva proteggere i pellegrini diretti a Gerusalemme e difendere i territori dei Crociati dagli attacchi dei Turchi Selgiucidi; quando nel 1291, le milizie cristiane persero la città di Acri, i Giovanniti si spostarono a Cipro, poi a Rodi; si trasformarono in un Ordine militare marinaresco e la loro finalità si orientò a combattere sul mare i pirati berberi e turchi e che seminavano distruzione e morte tra le popolazioni costiere; dopo la perdita dell’isola di Rodi, nel 1530, ottennero dall’imperatore Carlo V le isole dell’arcipelago maltese, presero il nome di Cavalieri di Malta e si impegnarono nel contrastare i pirati.
A Gerusalemme, nel 1119, per iniziativa di un gruppo di cavalieri francesi, il cui capo era Ugo de Payns, sorse il primo Ordine religioso militare cavalleresco, cui solo i nobili erano ammessi; i loro motti erano “Tuitio Fidei” e “Christi Militia”, divenuto poi “Militia Templi”, perché la sede loro assegnata era vicino al luogo dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone; la loro Regola, che si ispirava allo spirito della riforma cistercense, fu approvata nel 1228; mettevano le loro armi a servizio della Chiesa, difendendo dai predoni i pellegrini in cammino tra i porti della costa e la Città Santa e opponendosi ai Selgiucidi che insidiavano le conquiste dei Crociati.Combattevano strenuamente e molti dei loro Maestri morirono in battaglia.Quando i Musulmani riconquistarono la Palestina, si trasferirono a Cipro, poi molti di loro passarono in Europa, dove, sulle vie di pellegrinaggio gestivano numerosi spedali intitolati al loro Ordine; avevano così tanti fondi e ricchezze, soprattutto in Francia, da diventare prestatori di denaro a privati e a regnanti(8). Sollecitavano la ripresa delle Crociate e un gruppo di loro passò in Spagna a combattere i Mori. Nell’anno 1307, i Templari furono accusati dal re di Francia, Filippo IV, di eresia e di pratiche infami; molti di loro furono arrestati, i capi sottoposti a terribili torture e processati. Nel 1312, il Papa Clemente V, su pressione del re, sciolse l’Ordine; il Maestro Jacques de Molay ed il precettore di Normandia furono arsi sul rogo. In Francia i loro possedimenti passarono in parte alla Corona e in parte agli Ospitalieri di S. Giovanni; in Spagna i loro beni furono dati all’Ordine dei Cavalieri di Calatrava.
A Gerusalemme, all’epoca della terza Crociata, per iniziativa di alcuni Tedeschi, forse mercanti, sorse l’Ordine Teutonico; era di tipo monastico-militare-ospitaliero e assisteva i pellegrini provenienti dalla Germania; dopo la caduta di S. Giovanni d’Acri, avvenuta nel 1291, si spostarono in Europa Orientale, dapprima in Transilvania, dove combatterono per il regno d’Ungheria, poi sulle coste Baltiche; qui conquistarono vasti territori e convertirono alla religione cristiana quelle popolazioni che erano pagane.
In Spagna, nel 1158, l’abate cistercense S. Raimondo de Filero, per difendere dagli attacchi dei Mori la città di Calatrava, diede vita ad un Ordine monastico militare, diretto da un Gran Maestro; prese il nome da quella città ed era costituito da due classi, una di religiosi e l’altra di militari. Nel 1164 l’Ordine fu approvato dal Papa Alessandro III e in seguito, l’aspetto assistenziale fu rivolto alle popolazioni vessate dai Mori ed all’accoglienza dei pellegrini.
Verso la metà del secolo XI, a Lucca, un gruppo di canonici o forse di nobili, diede vita ad una Confraternita, che aveva lo scopo di soccorrere i pellegrini che, percorrendo la Via Francigena, dovevano attraversare, verso l’Arno, il Bosco delle Cerbaie, una zona paludosa, dalla fitta vegetazione, dove era facile perdersi e divenire preda dei briganti. Qui fu fondato lo spedale “Ad Teu Pascio” intitolato ai Santi Jacopo, Egidio e Pellegrino.

8 Il re Filippo IV era loro debitore di un’ingente somma di denaro. Le loro Commende e Precettorie erano presenti in tutta l’Europa Occidentale; in Francia avevano così tanti possedimenti da costituire uno stato dentro lo stato; nel periodo in cui in Europa si stavano affermando gli stati nazionali, la loro potenza ne ostacolava l’attuazione.

Furono abbattuti molti alberi della foresta e, perché i viandanti si orientassero nel cammino e si dirigessero verso la “Magione”, sul terrazzo della torre ardeva sempre un fuoco; inoltre, all’imbrunire, veniva suonata una campana, la “Smarrita” (9). Dalla Confraternita si passò poi ad un Ordine cavalleresco, quello dei Frati Ospitalieri di S. Jacopo di Altopascio, il cui statuto, che ricalcava quello dei Giovanniti, venne approvato dal Papa Gregorio IX nel 1139. Le sue finalità erano l’assistenza ai pellegrini, la manutenzione delle strade, la costruzione di ponti e di navigli.
I Frati indossavano un mantello nero, su cui spiccava una croce con la punta acuminata che riprendeva i loro strumenti di lavoro, il martello ed il punteruolo, ma nello stesso tempo raffigurava una gruccia, il sostegno offerto ai pellegrini. Per le cure e l’assistenza prodigate agli infermi, lo spedale di Altopascio e quelli dell’Ordine, sorti successivamente lungo le vie, divennero un modello ed un esempio per tutti gli altri. I loro spedali, chiamati “obedentiae”, spesso fondati su richiesta di sovrani, si diffusero in tutti i regni d’Europa; a Parigi, la chiesa di Saint-Jacques-du-Haut-Pas e la Torre ricordano l’antica loro casa ospitaliera, operante fino al 1567. Nel 1588 l’Ordine fu soppresso ed i beni che si trovavano in Toscana passarono all’Ordine di S. Stefano di Pisa.
Verso la metà del sec.XI un nobile del Delfinato, Gaston de Valloire, come ringraziamento per la guarigione del figlio affetto dal “fuoco di Sant’Antonio”, ottenuta per l’intercessione del Santo, diede vita, con alcuni nobili locali, ad una Confraternita laicale. Si chiamarono Frati Ospitalieri di Sant’Antonio e si proponevano di assistere i malati e i pellegrini (10), là particolarmente numerosi, perché venivano a venerare le reliquie di Sant’Antonio Abate, che si trovavano a La Motte St. Didier, l’attuale St.Antoine l’Abbaye. Per questo, presso Vienne, nel Delfinato, furono costruiti uno spedale e una chiesa; nel 1095 lo statuto fu approvato da Papa Urbano II; la loro divisa era una tonaca nera con una croce azzurra di soli tre bracci, come una T, che rievocava la croce di Cristo e la tau biblica (11); vivevano di elemosine e di lasciti e si facevano annunciare dal suono di una campanella, legata al loro bastone. Si specializzarono nel curare i malati affetti dal “fuoco di Sant’Antonio”; con questo termine, nel Medioevo, venivano indicati sia l’herpes zoster (12) che l’ergotismo (13), due malattie frequenti nel passato, soprattutto tra i poveri, a causa della scarsa igiene e della cattiva alimentazione. Le cure consistevano nella somministrazione di una dieta sostanziosa che favoriva una guarigione più rapida e nel massaggiare le piaghe con un unguento fatto con grasso di maiale mischiato ad erbe officinali.
Nel 1095 i frati ottennero il permesso di allevare, all’interno dei centri abitati, i maiali, che costituivano il loro sostentamento e quello dei malati; questi animali erano nutriti a spese della comunità ed erano riconoscibili dagli altri perché portavano una campanella al collo.

9 L’hospitale “Ad Teu Pascio” è nominato per la prima volta in un documento del 1084, ma è precedente di alcuni decenni; nel 1154 vi passò Nikulas di Munkathvera, abate islandese, che lo chiamò l’ospizio di Matilde, la contessa di Canossa. Il re di Francia Filippo II, che vi fu accolto nel 1191 di ritorno dalla terza Crociata, lo chiama semplicemente “le Hopital”, lo spedale per antonomasia.
10 L’assistenza spirituale ai pellegrini e ai malati era affidata ai monaci della vicina Abbazia Benedettina di Montmajeur, presso Arles.
11 Il Tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, compare anche in altri luoghi di pellegrinaggio, come  a Compostela; è simbolo dei taumaturghi e nel libro di Ezechiele (9, 4), di salvezza; in Egitto è segno di resurrezione.
12 “Fuoco di Sant’Antonio” era il nome dato all’“herpes zoster”, una malattia dovuta ad un virus molto simile a quello della varicella e che interessa le terminazioni nervose del tronco, causando forti dolori; inoltre la cute presenta numerose piccole vesciche che provocano una sensazione di bruciore, di fuoco e che, se infettate, si trasformano in piaghe. Il nome di ”fuoco di Sant’Antonio” gli era dato per l’associazione, già molto antica, del santo abate al fuoco.
13 L’ergotismo è una malattia dovuta ad un’intossicazione causata da “Claviceps purpurea”, un fungo che intacca le graminacee e che in Francia era chiamato comunemente “ergot”; il consumo di pane fatto con farina contaminata dal fungo provoca un avvelenamento che si manifesta con dolori lancinanti, piaghe e cancrene dolorose, allucinazioni e convulsioni per cui, non conoscendone le cause, nel Medioevo veniva associato al demonio e chiamato “fuoco sacro” o “male degli ardenti”;
l’ergotismo spesso portava alla morte molte persone, a volte famiglie intere.
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Inizialmente erano frati laici infermieri, poi nel 1297 la Confraternita si trasformò nell’Ordine dei Canonici Ospitalieri Antoniani di Vienne; uno dei primi loro spedali fu quello di Sant’Antonio di Ranverso, nella Valle di Susa, ma ne sorsero molti altri, lungo le vie di pellegrinaggio, anche in zone lontane, fuori dall’Europa, come in Etiopia e, in Asia, tra i Tartari. Vi erano delle Precettorie Generali o Maggiori, una per regione, e Precettorie Minori o Case. L’Ordine, nel secolo XVIII, iniziò a decadere; nel 1776 fu soppresso ed i suoi beni passarono in gran parte all’Ordine dei Cavalieri di Malta.

I Santi del Pellegrinaggio
Nel Medio Evo, epoca di forte sensibilità religiosa, il pellegrinaggio, pur con le dure prove fisiche che implicava, non rispondeva unicamente ad una volontà di espiazione, ma mirava soprattutto a realizzare una conoscenza più personale e diretta della propria fede. Dante vi individua un omaggio, un servizio particolare a Dio: «... peregrini le genti che vanno nel servigio...» (14).
Fig. 2 - Pistoia, Pieve di Sant’Andrea: I Magi; 
bassorilievo dell’architrave del portale mediano;
seconda metà del XIII secolo.

Gli angeli erano invocati per ottenerne il sostegno e la guida: sono frequenti le immagini che li ritraggono mentre soccorrono il pellegrino afflitto da tentazioni o in pericolo, oppure gli indicano la via da percorrere.
I pellegrini, nelle loro preghiere, invocavano l’aiuto della SS.Trinità, della Madonna, degli angeli e dei Santi, ma tra questi ve ne erano alcuni cui ricorrevano più frequentemente o perché erano presenti nella loro devozione personale o perché erano venerati nel luogo di arrivo o perché erano stati anch’essi pellegrini; a loro chiedevano la grazia di compiere il viaggio, di aiutarli nel cammino e di liberarli dai pericoli e dalle tentazioni. Lungo le vie vi sono spedali intitolati ai più venerati e chiese, pievi, cappelle e oratori che hanno bassorilievi e affreschi che li raffigurano.Vi erano santi tipici di una via, inizialmente sconosciuti altrove, ma per il fatto che alcuni tratti erano percorsi da pellegrini che andavano o venivano da mete diverse, si ebbe una comunanza di venerazioni.
L’Arcangelo Michele era oggetto di particolare venerazione: il suo nome, che significa “Chi è come Dio?”, e il suo intervento a capo delle Milizie celesti, gli avevano dato il titolo di difensore per eccellenza delle anime dalle insidie di Satana. La diffusione del suo culto fu anche favorita del fatto che, presso i Germani, esisteva una divinità rappresentata come un giovane guerriero, alla cui figura fu sovrapposta quella dell’Arcangelo; divenne il protettore del popolo dei Longobardi, che, nei loro possedimenti fecero costruire chiese e oratori intitolandole a lui.
I Magi, i re che, pellegrini, erano venuti dall’Oriente ad adorare Gesù Bambino e per primi ne avevano riconosciuta la regalità, godevano di una venerazione particolare: la scena dell’Adorazione dei Magi, già presente negli affreschi delle Catacombe e nei rilievi dei sarcofagi paleocristiani, decora molte chiese che si trovano lungo le vie di pellegrinaggio, come, per esempio, a Talciona, presso Poggibonsi o a Pistoia nella Pieve di Sant’Andrea [fig. 2].
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14 Dante: “La Vita Nova”, 803.

Fig. 3 - La Madonna con il Bambino, San Giorgio e 
Sant’Antonio Abate; National Gallery di Londra.
I pellegrini invocavano tutti gli Apostoli, ma in particolare San Pietro e San Paolo, di cui avrebbero venerato le reliquie arrivando a Roma. Sant’Antonio Abate visse dalla metà del sec. III all’anno 356, e passò molti anni come anacoreta nel deserto della Tebaide, spostandosi per andare a confortare e sostenere gli eremiti più giovani; poco dopo la sua morte, Sant’Anastasio di Alessandria, che in gioventù era stato suo discepolo, ne descrisse la vita, mettendo in evidenza le sue lotte vittoriose contro le tentazioni e la sua capacità di liberare le anime oppresse dal demonio.
Durante il Medio Evo, alla sua figura furono sovrapposte delle leggende, che lo vedevano come liberatore di anime dal fuoco dell’inferno e dotato di poteri straordinari. L’iconografia più antica lo descrive come un monaco dalla lunga barba, vestito di tunica e mantello, con un bastone in mano e in procinto di mettersi in viaggio; più tardi fu rappresentato con accanto un maiale, in cui, secondo alcune credenze, si sarebbe rifugiato il demonio, che aveva scacciato da un ossesso. La diffusione del suo culto fu forse favorita anche dal fatto che, nel periodo della cristianizzazione, presso i Celti la figura di Sant’Antonio Abate, accompagnato da un suino, fu sovrapposta a quella di una divinità celtica, il dio Lug, rappresentato con un cinghiale tra le braccia (15); in numerosi dipinti dei secoli XV e XVI, il Santo è raffigurato con un cinghiale ai piedi, come per esempio nel dipinto del Pisanello [v. fig. 3] o del Moretto(16). Nelle Alpi Occidentali la devozione per questo santo aumentò notevolmente da quando, nel sec. XI, la chiesa di Saint-Antoine-de-Viennois(17), ne custodì le reliquie. I pellegrini lo invocavano come taumaturgo e come valido aiuto contro le tentazioni del demonio.

15 Questa è l’opinione di alcuni studiosi, tra cui Margarethe Reimschneider: Lug era figlio della Gran Madre celtica a cui, come a Cerere, erano consacrati i cinghiali e i maiali; era il dio che risorgeva, assicurando la resurrezione della luce, della natura, garantendo fecondità e nuova vita.
16 Nei dipinti, la figura di Sant’Antonio è spesso associata al fuoco, che può essere in una mano, o ai piedi o sullo sfondo; v. la tela di Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, che raffigura Sant’Antonio con una fiamma sulla mano sinistra (Santuario della Madonna della Neve ad Auro, presso Brescia); nelle rappresentazioni delle “Tentazioni di Sant’Antonio”
eseguite dai Fiamminghi, spesso sullo sfondo ardono dei fuochi inquietanti. Il 17 gennaio, giorno in cui la Chiesa ne celebra la festa, si benedicono gli animali e si invoca la protezione su di essi e in molti luoghi, la sera precedente, vengono accesi dei falò. Queste usanze possono essere interpretate come un ricordo di antichi riti precristiani che si svolgevano all’inizio dell’anno e che avevano la funzione di purificare gli uomini, gli animali, i campi, di propiziarne la fertilità e la fecondità:
presso i Romani, a gennaio, si sacrificava una scrofa gravida a Cerere, si offriva del farro e si inghirlandavano gli animali adoperati per il lavoro dei campi; presso i Celti, la sera precedente l’inizio dell’anno, che per noi corrisponde al 1º novembre, per esorcizzare la lunga notte invernale, per propiziare il ritorno della luce e il risveglio della natura si bruciavano cataste di legna; con il fuoco, di cui è indubbia la funzione purificatrice, si intendeva anche bruciare quanto restava del vecchio anno, compresi i mali e le malattie. La collocazione della festa di S.AntonioAbate all’inizio dell’anno può aver trasferito sulla sua figura usanze precristiane proprie di questo periodo.
17 Verso l’anno 635, in seguito all’occupazione araba dell’Egitto, le reliquie di Sant’Antonio Abate furono spostate a Costantinopoli. Nel sec. XI il nobile Jocelin, signore di Chateau Neuf, le ottenne in dono dall’imperatore di Costantinopoli e le portò nel Delfinato; nel 1070 il nobile Guigues de Didier fece costruire nel villaggio di La Motte, presso Vienne, una chiesa in cui vennero traslate. Attualmente le reliquie del Santo si trovano presso la cattedrale di Arles.

San Cristoforo, la cui vicenda è ora ritenuta leggendaria, era il santo invocato dai viandanti e dai pellegrini che si accingevano ad attraversare un corso d’acqua: spesso, vicino ai fiumi e ai torrenti, vi sono cappelle e chiese le cui pareti sono ornate dalla sua figura gigantesca che ha sulle spalle un bambino.
Santo Domingo de la Calzada(18), visse nel secolo XI; era un giovane pastore della Rioja, una regione situata nel Nord della Spagna e, dopo una prima educazione religiosa, entrò nel famoso Monastero di San Milàn de la Cogolla, dove fu ordinato sacerdote. Poco dopo, si ritirò presso il fiume Oja, dove visse come eremita, soccorrendo i pellegrini in cammino verso Compostela; per la loro accoglienza fece costruire uno spedale ed una cappella intitolata alla Santa Maria; si adoperò per il ripristino del tratto della via romana vicino a Najera e per la costruzione di ponti, il primo dei quali fu sul fiume Oja. Fu ritenuto santo e a lui ricorrevano soprattutto i pellegrini in viaggio sul “Camino”.
San Giacomo Maggiore fu testimone dei più importanti miracoli compiuti da Gesù, della Trasfigurazione e del suo arresto nel Getsemani. Fu il primo degli Apostoli a subire il martirio,
avvenuto intorno all’anno 41, per volere del re Erode Agrippa. La sua tomba, a Compostela, fin dal Medio Evo, è stata la meta di uno dei tre “Pellegrinaggi Maggiori”; i pellegrini, un tempo, per raggiungerla, dovevano viaggiare per molti mesi, attraversando lande desolate, luoghi impervi, regioni infestate da briganti o abitate da popolazioni incivili. Giungevano ai confini del mondo allora conosciuto e, come attestazione della meta raggiunta, dalle spiagge dell’Atlantico riportavano la conchiglia galiziana, con la quale ornavano i mantelli ed i cappelli. Su tutte le vie di pellegrinaggio vi sono testimonianze della sua venerazione e, sul Camino verso Santiago, sono molti i luoghi in cui si ricordano i miracoli, avvenuti in suo nome. La sua apparizione, vestito da combattente a cavallo, durante la battaglia di Clavijo, dell’anno 840, lo fece assurgere come campione della lotta secolare contro i Mori e protettore della nazione spagnola.
San Leonardo di Noblat nacque presso Orleans verso la fine del sec.V, da una famiglia di nobili franchi, che aveva stretti legami con i re Merovingi; in giovane età rifiutò gli agi, lasciò la corte e andò nel monastero di Micy, dove fu consacrato diacono; verso il 520 si ritirò nella foresta di Pauvin, nel Limosino, dove divenne eremita e costruì un oratorio su di un terreno donatogli dal re Clodoveo(19); ebbe molti seguaci, attirati dalla santità della sua vita; dopo la morte, avvenuta verso il 650, a causa del gran numero di pellegrini che accorrevano a venerare le sue spoglie, il primitivo oratorio fu sostituito da una chiesa. Noblat divenne punto di transito dei pellegrini del Nord della Francia in viaggio per Compostela. Fu ritenuto il patrono delle partorienti e dei prigionieri; nel 1106 vi giunse Boemondo di Antiochia, della famiglia degli Altavilla, che, imprigionato per tre anni dai Musulmani, era stato liberato, secondo la sua testimonianza, in seguito alle preghiere rivolte a S.Leonardo. Per merito dei Normanni, S.Leonardo fu venerato in tutta l’Europa; il suo culto si diffuse sulle vie di pellegrinaggio, dove sorsero numerosi spedali intitolati a lui, come, per esempio, in Italia, uno presso Lucca, a Capannori, e un altro a Viterbo.
Santa Maria Maddalena, colei che seguì Gesù sul Calvario, assistette alla sua Deposizione e fu la prima persona cui il Risorto si mostrò, secondo una tradizione medievale, per sfuggire alla persecuzione di Erode Agrippa, con altri discepoli salì su di una barca che, dopo aver attraversato il mare Mediterraneo, approdò sulle coste paludose della Provenza. Qui, ritiratasi in una grotta, visse trent’anni come eremita, diffondendo il Vangelo nella regione. Dopo la sua morte, erano molti i pellegrini che si recavano alla grotta di Beaume, dove si diceva che fosse vissuta e che vi si trovassero le sue reliquie.

18 “Calzada”, carreggiata, strada in genere.
19 Noblac, da nobilis locus, diventò poi Noblat.

Nella zona, verso la metà del sec. XIII, in suo onore fu costruita la chiesa gotica di Saint-Maximin- de-la-Sainte-Beaume, a cui accorrevano moltissimi pellegrini; altro luogo di culto a lei intitolato, fu la basilica romanica, costruita nel secolo XI, nella Borgogna, a Vézelay, accanto all’abbazia cluniacense, che divenne meta e punto nodale di molti pellegrinaggi.
San Martino di Tours nacque verso l’anno 316 in Pannonia, l’attuale Ungheria; si trasferì in Gallia per adempiere al servizio militare ed ebbe il compito di ispezionare di notte, a cavallo, i posti di guardia della guarnigione; l’episodio del mantello tagliato per soccorrere un mendicante seminudo e riprodotto in molti affreschi, oscura in parte la santità della sua vita, la sua opera di evangelizzazione della Gallia e la fondazione del monastero di Tours. Dopo la sua morte il suo culto si diffuse non solo in Francia, dove vi sono oltre cinquecento località che portano il suo nome, ma in tutto l’Occidente. La città di Tours rappresentò per secoli il punto in cui molti pellegrini delle regioni dell’Europa Nord-Occidentale si riunivano, prima di affrontare il viaggio verso Roma o Compostela. Nelle vicinanze del suo monastero furono fondati vari spedali e, lungo le vie di pellegrinaggio, sono numerose le chiese e le strutture di accoglienza che hanno il suo nome.
San Nicola, nato nella Licia, una regione dell’Asia Minore, nella seconda metà del secolo III, da genitori cristiani, si distinse per la pietà e l’attenzione per i deboli ed i fanciulli poveri; divenuto Vescovo di Myra, si oppose con forza all’arianesimo. Dopo morte, la sua venerazione si diffuse in tutta la cristianità e la sua tomba divenne meta di molti pellegrinaggi; nell’anno 1087, dopo la conquista di Myra da parte dei Turchi Selgiucidi, le sue reliquie vennero trafugate e trasportate per mare a Bari; si racconta che durante la navigazione si verificò una grave tempesta, che si placò quando i marinai pregarono il Santo di salvarli. Divenne il protettore dei naviganti ed era invocato dai pellegrini che, per compiere il viaggio, dovevano attraversare il mare. Sono molte le chiese e gli altari dedicati a lui e che spesso sono ornati dagli ex voto che riproducono imbarcazioni tra le onde del mare in tempesta.
San Pellegrino, cui sono intitolate varie località situate vicino a dei passi montuosi, è una figura leggendaria, il cui culto è radicato in Garfagnana(20); qui si racconta di un pellegrino che, di ritorno da Gerusalemme, fosse divenuto eremita e che aiutasse chi, passando in quelle zone, dovesse superare il valico dell’Appennino. Si dice che l’ospizio a lui intitolato, e di cui rimangono le strutture, sia stato fondato nel sec. VII, ma le menzioni della omonima chiesa e dello spedale risalgono al sec. XII.
San Rocco visse nei decenni intorno alla metà del sec.XIV; nacque da una famiglia agiata di Montpellier; perse i genitori in giovane età e, distribuiti i suoi beni ai poveri, partì in pellegrinaggio verso Roma.Arrivato in una città in cui infuriava la peste, si prodigò per curare gli ammalati; ripreso il cammino, giunse a Roma, dove si fermò per tre anni, poi riprese il viaggio di ritorno. Passò per Piacenza, dove la peste mieteva vittime; curando gli appestati, contrasse egli stesso la malattia; cacciato dalla città, si ritirò in una grotta, in un bosco, nutrendosi del pane che un cane gli portava ogni giorno. Quando guarì, riprese il viaggio di ritorno, ma, giunto presso Voghera, fu arrestato e, ritenuto una spia, fu gettato in carcere dove morì tre anni dopo, forse nel 1379.Le sue reliquie, dal 1485, si trovano nella città di Venezia, che lo venera come compatrono; è rappresentato vestito da pellegrino, con una mantellina corta sulle spalle, chiamata poi da lui “sanrocchino” o “pellegrina”; sulla gamba ha una vistosa piaga e gli è vicino un cane. I pellegrini lo invocano come guaritore della peste e come esempio di dedizione caritatevole.
Graziella Bava

20 Precisamente a S. Pellegrino dell’Alpe, frazione del Comune di Castelnuovo di Garfagnana, situato a m. 1.524, su di una dorsale tra le valli dei torrenti Castiglione e Sillico.
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VERSO IL SOMMEILLER
Settembre era alla fine, ma i colori attorno a Bardonecchia stentavano a mutare. Certo, quell’interminabile periodo di siccità aveva indorato lievemente la maggior parte dei prati; ma non era l’autunno, bensì un indizio dell’anomalo protrarsi dell’estate.Tutti, sotto sotto, eravamo felici di quel tepore; soltanto gli sciatori si preoccupavano per la sorte della stagione invernale, se quel clima anomalo fosse continuato.
«I cespugli si erano tinti di rosso e giallo, colori 
tanto garbati da sembrare irreali».
(foto G. Alimento)
In realtà bastava portarsi in alto per constatare che il ciclo delle stagioni continuava. In quel periodo i fuoristrada che salgono dal rifugio Scarfiotti verso il Sommeiller non sono molti; quindi percorrere a piedi la carrareccia è piacevole e per nulla faticoso. Tornante dopo tornante, la cascata scompariva alla vista per ricomparire dopo ogni curva; tuttavia continuava a risuonare anche se in tono minore rispetto a primavera, quando il flusso è tanto impetuoso da sciogliersi in mille vapori impalpabili e quasi irreali. Anche il mondo vegetale si adeguava al flusso rallentato delle acque. I cespugli si erano tinti di rosso e giallo, colori tanto garbati da sembrare irreali: il rame patinato e l’oro delle icone. Senza rendermene conto, stavo fiancheggiando un giardino creato per il riposo della mente, cui veniva accennato un mondo diverso.
Tutto il contrario rispetto a giugno, quando i rododendri vibrano di rosso e fucsia; come se si ammantassero di forza e impeto, carità e passione, eleganza e seduzione; di tutti i significati di quel colore. Contemporaneamente, fra il verde delle praterie si insinuano macchie sempre più estese di giallo; un colore ambiguo che può rappresentare la gioiosità dorata del sole come la tristezza solitaria di una quarantena. Dunque la stagione calda riassume le bellezze del vivere così come le sue contraddizioni: gioia e dolore, salute e malattia, impegno e relax, lealtà e inganno. Incuranti di tutto ciò, gli insetti vengono attratti e coinvolti da questa vitalità imperiosa, mentre con l’avanzare della stagione il loro ronzio si dirada.
Il periodo autunnale facilita la percezione dei monti come limite estremo della terra e preludio del cielo. Tutto, all’intorno, era consapevole che il congedo dall’estate si avvicinava. Persino le montagne, che appaiono fortezze insensibili all’inevitabile alternarsi delle stagioni, erano in attesa del mutamento. Saldamente fondate su levigate rocce glaciali, anche loro sapevano che tra breve avrebbero attutito il manto rossastro, verde, grigio e ocra per adeguarsi al bianco uniforme dell’inverno. D’altra parte solo pochi giorni prima avevo avvistato in zona alcune formazioni di ghiaccio, forme tanto astratte da rappresentare l’uscita da questo mondo.
«Lungo il crinale opposto ancora assolato, 
una mandria rientrava pascolando su un
tappeto bruno, dorato e in parte ancora
verdeggiante». (foto G. Alimento)
Già coperte di neve, le cime che sovrastano Pian dei Frati verso i passi Galambra e Fourneaux si stavano staccando dalla terra, dai suoi colori e dai relativi suoni. Mentre le nuvole circostanti apparivano angeli solleciti a facilitare il loro elevarsi; forse per dissolvere la loro materia nel cielo blu?
D’altra parte persino la roccia insensibile aspirava al misticismo: non lontano, uno spunzone presentava le fattezze di un busto in atto di preghiera. Eppure, qualche marmotta fischiava ancora per riportarmi alla realtà.
Di ritorno, verso sera, il vallone dello Scarfiotti è riapparso all’improvviso; mentre il frastuono della cascata ha trovato eco nel tintinnio senza fine dei campanacci. Lungo il crinale opposto ancora assolato, una mandria rientrava pascolando su un tappeto bruno, dorato e in parte ancora verdeggiante; incerto se attendere la prima neve o un’ulteriore proroga dell’estate.
«Domani iniziamo a scendere a valle – confidò il pastore –, qui la stagione è finita».
Più in là, verso il lago di Rochemolles, le rughe della montagna erano velate da un’impalpabile foschia; come se una mano autunnale volesse lenire quei solchi, che la neve avrebbe cancellato.

Guido Alimento
 * * *
PRIMAVERA IN VALLE STRETTA
Foglie d’argento
sulle betulle giovani
spolverate di luce
nel plenilunio di primavera.
Profumo d’acqua
e d’erba fresca di rugiada
girotondo di farfalle nel grande vuoto.
Genziane e ranuncoli
sui prati teneri
respirano il vento
che scivola nelle fessure delle rocce
sulla neve quasi sciolta
al bacio dei sole.
Maria Fiorenza Verde


SI DICE CHE INVECCHIANDO
SI PENSA AL PASSATO...
Nel mio passato c’è Susa, dove sono nata e dove vivo tuttora, ma c’è anche tanto Bardonecchia. Bardonecchia con la sua bella conca entra nel cuore di chi la frequenta. Ha sempre emanato un suo fascino che, a parte quello immutabile della natura in cui è immersa tra splendidi monti, è cambiato con il passare del tempo, dall’atmosfera un po’ belle époque del primo Novecento alla magia bianca del turismo sciistico, all’attrattiva culturale culminante in spettacoli particolarmente apprezzati che hanno caratterizzato gli anni più recenti.
La Bardonecchia di oggi è ben diversa da quella che ricordo e che certamente rammentano le persone che, come me, ahimé, non sono più giovani.
La mia prima fotografia a Bardonecchia risale al mese di aprile del 1942. Riporta a quei tempi la presenza dei tronchi ammonticchiati in gran numero. Erano stati portati a valle dai boschi facendoli scivolare nei “ramblés”, i lunghi solchi concavi formatisi dall’uso lungo i pendii, oppure sulla neve, legati due o tre insieme ad una slitta trainata da una coppia di muli. Il larice era talmente diffuso che il nome della borgata Melezet si collega a “meleze”, che in francese e nel dialetto locale significa “larice”. Con il larice si facevano anche le grondaie che sono ancora visibili in alcune vecchie case e al Museo situato in Borgovecchio.
Questa foto e altre seguenti furono scattate dalla mamma per inviarle al babbo che si trovava in Africa sul fronte occidentale a combattere con la mitica “Ariete” nel deserto, nell’inferno di fuoco conclusosi con la battaglia di El Alamein. Non senza emozioni ricordo queste immagini e leggo le parole affettuose che la mamma scriveva al babbo, parlando di noi bimbi, con il desiderio di vedere la famiglia riunita, facendolo partecipe, pur in modo così irreale, della nostra crescita. La mamma, sebbene angosciata dalle notizie sempre più tragiche della guerra dov’era papà, con noi bimbi appariva sorridente e serena. Eravamo a Bardonecchia perché allora la conca era in pace, dopo le poche settimane di combattimenti con la Francia nel giugno 1940 e prima della presenza dei Tedeschi durante la ritirata del 1944 con l’avanzata degli alleati. Dei bombardamenti conservo tre fotografie [2.3.4.] riguardanti le case di Borgovecchio.
Nella foto 4, con me viene fotografata anche la mamma. È in pineta e sta lavorando a maglia, perché allora, come poi ancora per tanti anni, con i ferri si confezionavano maglie, berretti, sciarpe, guanti e – con quattro appositi ferri più corti – calze e calzettoni.
Nella foto 5 che mi ritrae fra le margherite la veduta è differente da oggi, tranne la villetta che è uguale. Il campanile in fondo appartenente alla chiesa parrocchiale di S. Ippolito appare diverso dall’attuale, non avendo ancora la guglia “a cipolla”voluta dal compianto monsignor Bellando.
Il prato è all’inizio di ViaMedail dalla parte di Borgovecchio.Vicino c’era un pilone dedicato alla Madonna del Rocciamelone, visibile nella foto 6.Fu distrutto durante la guerra assieme al ponte, che venne ricostruito. Borgovecchio e Borgonuovo erano ben distinti e Via Medail passava tra i prati, un tempo coltivati a canapa per ottenere un tessuto molto usato. Ora i due borghi sono uniti dai condomini.
Ai “miei tempi” le uniche costruzioni erano da un latoVilla Guida, tuttora esistente, l’elegante  Albergo Savoia che è sostituito da un condominio, e le due Case Littorio. La foto 7 è datata 25-6-1933 per una ricorrenza a me sconosciuta. Dall’altra parte c’erano la Villa Ginestra del maestro Blanc, autore di “Giovinezza” e di “Malombra”[foto 8] e l’hotel più lussuoso di Bardonecchia, il Palazzo Frejus, che, trasformato all’interno in alloggi, conserva lo stesso aspetto esteriore con il viale alberato d’accesso. Dopo la guerra ne era direttore il signor Giovanni Tripp che, come conferma il nome, non era italiano. Era tedesco, nato ad Amburgo, la città che nella sua poesia intitolata “Io ti amo, Italia” definisce “grande fiera città sull’Elba”. Al nostro paese chiese asilo “tanti anni or sono, nell’ora della tempesta d’acciaio, quando tutto crollò”. Versi che lasciano percepire periodi tragici. Chissà quali vicissitudini lo portarono nella nostra Valle! Sposò la signora Peppina,maestra dimusica e di canto. In una poesia ricorda l’incontro con colei che sarà sua moglie, incantato dalle mani che volavano seducenti sulla tastiera. Amava Bardonecchia e la sua natura, che cantò in tutte le stagioni, rivelando anche la sua profonda religiosità. Certamente lo rammenta don Paolo Di Pascale, attuale Parroco delle Frazioni di Bardonecchia, con cui disquisiva sulla storia della conca.


 Il proprietario del Palazzo Frejus ospitava ogni anno un gruppo di pittori. Fra tutti mi piace ricordare Umberto Lilloni, un grande artista che non trasse guadagni dalle sue belle opere, vivendo semplicemente. Venivano organizzate feste a Capodanno, a Ferragosto e a Carnevale a cui i villeggianti partecipavano in smoking e le donne con lunghi abiti di seta e ballavano alla musica di orchestrali venuti appositamente dalla città. Io partecipai ad un carnevale dedicato ai bambini [foto 9].

Indossavo un abito della mia bisnonna con Gianpiero  Marra. Con Giampi, la sua sorella gemella, mio fratello e l’amica Serra (mancata giovane in un incidente stradale) partecipammo ad un altro carnevale vestiti da olandesi [foto 10].
Seduto ai nostri piedi è il signor Corrado Marra, che era un uomo di spirito, molto attivo e con una bella famiglia: la sposa e quattro figli.
All’Hotel Frejus si incontravano anche i Rotariani del “Club Susa Valsusa”, per lo più nel mese di agosto per le loro riunioni conviviali. Tra i soci presenziava Federico Marconcini, integro uomo politico, deputato e senatore, con incarichi di rilievo di carattere internazionale e professore all’Università di Torino e di Milano. Era proprietario del castello di Bruzolo, dove avvenne l’importante Trattato del 25 aprile 1610 concluso tra Carlo Emanuele I duca di Savoia e la Francia. Del lodevole impegno del senatore Marconcini scrisse Vittorio Morero nel libro dedicato al “Rosaz Vescovo dei poveri” del 1991.
Non possiamo non soffermarci sul nostro Beato Vescovo segusino di cui proprio nel 2016 ricorre il venticinquesimo della Beatificazione, avvenuta a Susa il 10 luglio durante la visita del Papa Giovanni Polo II. Le Suore Francescane di Susa hanno festeggiato il loro Fondatore con una Celebrazione Eucaristica di ringraziamento presieduta, in Cattedrale, dal Cardinale Giuseppe Bertello e concelebrata dal Vescovo Mons. Alfonso Badini Confalonieri.
Nel 1901 Mons. Rosaz inviò tre delle sue suore a Bardonecchia dove rimasero, stimate ed amate, fino al 1991 quando dovettero andare via per l’esiguo numero di vocazioni. Sono ricordate per l’assistenza ai malati e per la scuola materna. A Bardonecchia erano venute nel 1954 anche le Suore del Cenacolo Domenicano. Risiedevano nella Villa Rigoli, ora “Residence il Cenacolo”, in Via Medail. Il loro apostolato era rivolto soprattutto alla scuola. Ricordo una figura austera e affabile, credo che fosse la Superiora, Madre Piera Malinverni, di cui mons. Bellando scrisse che «parla ancora in tutti quei cuori che guardandola vedevano un po’di cielo, facendo un balzo nel divino». Nel giardino del Cenacolo era stato posto il gruppo delle statue della Salette che ora è situato a lato della chiesa parrocchiale.

Del 1942 ho una fotografia [n. 11] con la mamma sulla strada che conduce a Millaures che non era come l’attuale, asfaltata, ma stretta e sconnessa. È ben visibile nella foto [n. 12] dove si vede come le patate venivano portate da Millaures a Bardonecchia chiuse in grossi sacchi legati a slitte trainate da muli. La produzione era abbondante ancora nel dopoguerra. Poi diminuì finché gli abitanti le produssero solo per la propria famiglia.
Nella foto 13 la guerra è finita da alcuni anni,
io sono cresciuta e mi diverto a sciare nei campi, senza piste battute e senza maestro. Non si usavano
ancora i piumini, le tute e gli scarponi aerodinamici. Indossavo maglione, berretto, guanti e calzettoni confezionati dalla mamma e gli scarponi che, prima di essere riposti alla fine dell’inverno, dovevano essere ingrassati per non ritrovarli talmente duri da non poterli più usare.
Non si conoscevano i mezzi di risalita attuali. Dal Campo Smith si raggiungeva il Pian del Sole con lo slittone trainato da un argano. Il signor Paride Bruzzone, conosciuto a Bardonecchia perché villeggiante abituale e per il suo interesse per il Museo, in un suo libro dedicato ai primi anni del dopoguerra scrive che era andato con la moglie a vedere un film americano ambientato in montagna e fu stupito nel vedere un impianto di risalita a fune, la “seggiovia” non ancora realizzata in Italia! Quanto mi divertivo! A costo zero, compresi gli sci che erano stati di mio fratello.
Passati gli anni, ormai adulta, ebbi una maestra di sci, ben nota a Bardonecchia: la signorina Laura Bizzarri. D’estate con la sua robusta macchinetta si saliva oltre Rochemolles fino al suggestivo pianoro delle Grange du Fond contornato da monti maestosi e allietato da una graziosa cappelletta dedicata alla Madonna degli Angeli, da una cascata, da pascoli ridenti e piccoli laghetti e dal Rifugio Scarfiotti, punto di partenza per le escursioni alle cime più alte.
Quindi si affrontava una serie di tornanti per superare il forte dislivello; si incontravano ancora dei piani e poi altre curve e si giungeva al ghiacciaio del Sommeiller a più di 3.000 metri, dotato di skilift. La signorina cercava di migliorare il mio “spassaneve” (un modo di sciare allora in uso, ora non più) facendomi zigzagare lungo tutta la pista. Poi facevamo una sosta al Rifugio per mangiare polenta e pollo.
Con il tempo il Rifugio è stato distrutto da una valanga e il ghiacciaio, come quello del vicino Galambra, non esiste più. Ma rimane il lago incastonato fra i monti e battuto dall’aria frizzante delle alte quote.
Giulia Tonini